POLITICHE ATTIVE,PASSIVE E DI ATTIVAZIONE.

Il mercato del lavoro italiano considerato dagli organismi più autoritari (Oecd,Eurostat) ancora troppo rigido, necessità di numerosi interventi, per aumentare sia l’occupabilità (intesa come possibilità del lavoratore di trovare un posto di lavoro) sia l’adattabilità (ossia la garanzia data al lavoratore di transitare da un posto all’altro nel mercato del lavoro).
Il dibattito intorno a questi due temi a livello europeo, nasce nel 1997 con il Trattato di Amsterdam, e continua con la Strategia di Lisbona del 2000, quando la Commissione Europea si pone l’obiettivo di raggiungere entro il 2010 tassi di occupazioni del 70%.
I mezzi per raggiungere gli obiettivi sopra esposti (adattabilità e occupabilità), vengono individuati nelle politiche attive e nelle politiche di attivazione.
Le prime sono considerati tutti gli interventi nel mercato del lavoro finalizzati all’inserimento o il reinserimento nel mercato del lavoro (politiche di orientamento, lavori socialmente utilili, lifelong learning, formazione pemanente ecc), le seconde sono identificabili in tutti quegli interventi di carattere obbligatorio e sanzionatorio attuati sul soggetto che percepisce indennità di disoccupazione, il quale deve orientarsi alla ricerca attiva di un lavoro secondo modalità concordate con i servizi per l’impiego, pena la perdita dell’indennità di disoccupazione.
Il tutto per evitare gli effetti c.d di trappola della disoccupazione, in base alla quale il soggetto si adagia sul sussidio, senza far nulla per ottenere un “nuovo” lavoro, o rientrare nel mercato del lavoro.
In Italia, forse non tutti sanno(neanche la classe politica), che esistono delle leggi (vedi decreto 181/00 e 297/02), orientate a questi principi, ma che mancano di effettività, in quanto non applicate.
Più in particolare la legge finanziara del 2004 (richiamata dalla circolare del Ministero del lavoro 5/2006), stabilisce che il lavoratore decade dai sussidi di disoccupazione, indennità di mobilità, e trattamento di cassa integrazione guadagni laddove:
a) rifiuti di essere avviato ad un progetto individuale di reinserimento nel mercato del lavoro, b)rifiuti di essere avviato ad un corso di formazione professionale avviato dalla Regione o non lo frequenti regolarmente (il lavoratore è tenuto alla frequenza del corso per un periodo pari all’80%) c) non accetti l’offerta di un lavoro inquadrato in un livello di retribuzione non inferiore al 20% rispetto a quello delle mansioni di provenienza.
Se sembrano positive gli ultimi interventi del Ministero del Lavoro di incrementare l’ammontare e la durata dei sussidi di disoccupazione, altrattano apprezzabile sembra la sensibilità e l’attenzione all’effettività delle leggi sopra richiamate, che consentirebbero all’Italia di allineare la disciplina sulle politiche di attivazione (o workfare) a quella degli Stati Membri.
Del resto nelle classifiche Ocse, siamo ancora uno dei Paesi che spende un’ampia pecentuale di Pil in politiche passive (che comunque sono necessarie e indispensabili, perchè consentono di lenire le conseguenze della disoccupazione, su tutti, quella di un mancato reddito), e con i più bassi tassi di occupazione.
Porre l’enfasi su aspetti come la riorganizzazione dei Centri per l’impiego, le politiche di attivazione, i controlli e le sanzioni sullo status di disoccupati, è doveroso, in una fase in cui il mercato del lavoro sta profondamente cambiando, con un ascesa delle ragioni del mercato, che richiamano l’esigenza di applicare l’insieme delle tutele del lavoro oltre che sul posto di lavoro, anche nel mercato stesso (al fine di incrementare quella tanto auspicata occupabilità ed adattabilità).
Un tema caldo, molto attuale quello del mercato del lavoro,che deve prescindere da ragioni ideologiche e deve trovare soluzioni condivise, la cui lettura necessità di una profonda analisi del contesto storico, economico e sociale in cui viviamo.
Con questo spero di aver suscitato nel lettore reazioni propositive e desiderio di dibattito intorno ad un tema che non può e non deve passare inosservato.
GIORDANO RAPACCIONI

Il Thè verde, comunemente venduto nelle erboristerie e nei supermercati, è una bevanda con delle proprietà molto interessanti,in quanto contiene antiossidanti, sostanze che svolgono un azione molto efficace contro la formazione di radicali liberi, e ha effetti benefici sul metabolismo, in quanto aumenta la lipolisi e quindi la mobilitazione e smaltimento di grassi nel nostro organismo. 



