UN ITALIA…A RATE
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Sotto le feste natalizie capita spesso di aggirarsi per negozi e sentire la famosa frase: “non si preoccupi lei può anche pagare a rate, a partire dal mese di Giugno”.
Questo atteggiamento che già fa riflettere gli studiosi dell’economia deve lanciare un monito anche nella società civile.
La domanda che dobbiamo porci è la seguente: cosa sta succedendo a livello macroeconomico nel nostro paese, più in particolare cosa sta succedendo ai consumi, e come questi possono essere messi in relazione col vincolo di bilancio delle famiglie.
Il titolo di questo articolo sembrerà molto provocatorio, ma intende far capire quali sono i sintomi ed i segnali della crisi economica che sta attraversando il nostro paese, che avvertono le nostre famiglie, e che si maschera dietro la bolla del “credito al consumo”.
Ed ecco che l’analogia emerge, si fa pregnante, ci spaventa, soprattutto se pensiamo alla miseria in cui cadde il popolo americano in quegli anni che illuso dal credito al consumo, con i bassi salari elargiti dalle imprese, cadde in un vortice dalla quale uscì solamente 10 anni dopo.
La grande crisi del ‘29, era spinta dalla famosa legge dell’economista francese Say, secondo la quale è l’offerta che crea la propria domanda (come dire il nuovo bene, “tira” l’acquisto di un altro bene, che a sua volta incrementerà il consumo, svilupperà la produzione e quindi favorirà anche l’occupazione).
Tipicamente questa è la visione classica pura del ciclo economico, smentita da Keyness (secondo la quale è la domanda aggreagata che crea l’offerta), che portò le imprese americane e le famiglie in un vortice dalla quale uscirono dopo diversi anni.
L’idea alla base della legge classica era la seguente: l’eccesso di produzione e di produttività delle imprese, sarà riassorbito sul mercato attraverso il ribasso dei prezzi (deflazione).
Così anche se la produttività crecente dovuta alla sostituzione del lavoro dell’uomo con il lavoro delle macchine, tenederà ad espellere forza lavoro sul mercato (disoccupazione tecnologica), attraverso l’abbassamento del salario si riuscirà a riportare in equilibrio la domanda e l’offerta di lavoro.
In quegli anni nessuno si accorse, che le merci in sovraproduzione non potevano essere acquistate dai lavoratori perchè questi non avevano liquidità a disposizione; una voce fuori dal coro fu quella di Ford che affermò nel 1931 che “le macchine potevano essere acquistate solo se i lavoratori avevano la capacità d’acquisto, una capacità reale però, non fittizia”.
In quei tempi le imprese tentarono di correre ai ripari attraverso due armi, che si rivelarono fatali: l’operazione di marketing, per inventare “i bisogni dei lavoratori” ed indurli a credere che avessero bisogno proprio di quelle merci che le imprese non riuscivano a smaltire sul mercato (anche beni di lusso), ed il credito al consumo, per cui le famiglie si indebbitarono fino all’osso, fino al punto in cui il crollo del mercato azionario (il famoso giovedì nero di Wall Street), portò le famiglie stesse a ritirare tutti i loro depositi dalle banche, con la conseguenza che anche il sistema bancario entro in una recessione mai avvertita in un paese come gli Stati Uniti.
Tutto questo per dire che nei tempi in cui viviamo si notano delle analogie profonde con quell’epoca: oggi tutto si può acquistare tramite credito al consumo, tramite le famose “finanziarie” (che non sono quelle del Governo Prodi), e il male profondo dell’economia che strozza i vincoli di bilancio dei lavoratori che godono di bassi salari è proprio questo, ossia la crescente capacità di indebitamento anche su beni che non sono di prima necessità (elettrodomestici, televisori,telefonini ecc).
Altra analogia risulta essere quella delle operazioni pubblicitarie: non passa giorno che non sorge in noi, il “bisogno di acquistare qualcosa”, un qualcosa anche di non necessario, ma che se non acquistiamo, ci fa sentire come se stessimo ai margini della società.
Il pericolo cari lettori avvertito dalla critica della dottrina economica, si comincia anche ad avvertire nella società civile ed è per questo che il capo del Governo pone come punto principale dell’agenda del 2008 la questione salariale, perchè la capacità di acquisto e la domanda dei lavoratori per dirla alla Federico Caffè deve essere sempre reale e non fittizia (vedi la minaccia del credito al consumo!).
GIORDANO RAPACCIONI






