IL GIUSTO EQUILIBRIO TRA LIBERO MERCATO ED INTERVENTISMO
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La dottrina economica ruota generalmente intorno a due teorie (ci sono poi diverse sfumature di ognuna di esse): la teoria classica che ha come padre Adam Smith e quella Keynesiana che auspica l’intervento dello Stato (sempre entro certi limiti), all’interno del settore economico.
Le due correnti si forgiano anche su degli assunti filosofici e morali molto discordanti e molto diversi tra loro: così se per gli autori classici la massimizzazione dell’interesse personale di ogni singolo individuo conduce alla massimizzazione del benessere collettivo, la teoria interventista presuppone che sia lo Stato l’ente “supremo” che tutela non la somma (attenzione) ma la “sintesi” degli interessi collettivo.
Senza voler annoiare i lettori dilungandoci con discorsi troppo complessi, si può notare come alla base delle teoria classica che attraverso il concetto dell’ottimo paretiano, secondo la quale non si può migliorare la situazione di un individuo senza peggiorare quella di un altro individuo (efficienza economica), ci sia sempre e comunque un peggioramento distributivo.
L’efficienza economica che quindi ritroviamo anche nei due teoremi del benessere (l’equilibrio concorrenziale è sempre un ottimo paretiano), si scontra inevitabilmente con l’equità.
Se infatti prendessimo due soggetti, uno poverissimo e uno molto ricco, e seguissimo a pieno Pareto ed il suo principio, si potrebbe arrivare all’efficienza economica anche trasferendo risorse dal poverissimo al ricco, con la conseguenza di un peggioramento distributivo.
D’altro lato l’equilibrio concorrenziale non si potrà mai verificare in presenza di quelli che sono i cosidetti fallimenti del mercato (beni pubblici, monopoli naturali, esternalità ecc…), che richiedono sempre e comunque un intervento dello Stato.
La concorrenza perfetta per il quale vale l’identità costo marginale, uguale al ricavo marginale,uguale prezzo, è dunque impossibile da realizzarzi e quindi l’operatore pubblico di volta in volta interverrà per evitare il fallimento di mercato.
Tipico esempio è il bene pubblico il quale ricavo marginale uguale a zero (ad esempio il singolo pedone quando passa sotto il lampione della luce non paga) non spinge il privato nella produzione di quel bene, oppure il monopolio privato dove invece il prezzo non è mai uguale al costo marginale, ma sempre superiore (nella condizione di monopolio si produce quindi una quantità inferiore a quella tipicamente concorrenziale ad un prezzo maggiore).
Ma la condizione più preoccupante alla base dell’economia classica ci viene proprio dall’individualismo che non richiede mai un confronto tra scelte interpersonali.
La condizione per cui la massimizzazione dell’interesse personale porta alla massimizzazione del benessere della collettività esclude quella fonte superiore che risponde al nome di Stato.
Ce lo diceva lo stesso Bentham, individualista puro secondo la quale anche se (su questo possiamo discutere) la massimizzazione dell’interesse individuale accresce la felicità, la felicità della collettività è accresciuta dalla redistribuzione delle risorse.
Se è vero che l’economia è anche una scienza morale (ed in questo siamo profondamente convinti) non possiamo tralasciare il ruolo dello Stato a tutela della collettività..
Siamo poi così convinti che la massimizzazione dell’interesse personale accresca la nostra felicità?
Se per accrescere il nostro interesse personale, andiamo contro l’interesse della collettività, a volte anche facendo scelte amorali, ci sentiamo davvero così felici?
Se per guadagnare mille euro in più, trascuro i figli, sono davvero così felice?
Se per intascare mille euro in più, faccio un torto al mio migliore amico, sono davvero così felice (anche se sto facendo una scelta coerente?)
Ecco dove l’economia si incontra con la questione morale e filosofica, ecco dove dobbiamo fermare a rifletterci, magari provando a dare anche soluzioni e risposte….
Certo in questo la classe politica deve stare attenta, perchè piaccia o no (a me no), è lei che fa certe scelte incidenti sulla collettività (anche se lo Stato non sarà mai la classe politica), e chi crede ancora nel concetto di collettività ha anche una morale, ed è per questo che non può accettare la “mano invisibile” di Smith e le concezioni del lassez faire!
GIORDANO RAPACCIONI
