Un modello comune di flexicurity…..

Il dibattito sul modello di flessicurezza (flexicurity), pone l’enfasi sulla ricerca di un “modello unico”, da adottare in tutti i Paesi europei.
Così come dimostra il Libro Verde della Commissione europea, sulla modernizzazione del diritto del lavoro, occorre garantire quelle dosi di occupabilità ed adattabilità che garantiscono al lavoratore il passaggio da un lavoro all’altro all’interno del sempre più articolato e complesso mercato del lavoro.
Quello che ci richiede l’Unione europea è l’attenuazione del tasso di dualità che affligge il nostro mercato del lavoro, caratterizzato da un accentuanzione tra insider ed outsider (coloro che si trovano ai margini del mercato come donne,giovani, over 50) che subiscono il cosidetto effetto revolving door (porta girevole).
Gle Stati europei stanno recependo ed uniformandosi al modello danese (chi più, chi meno), che come ho già precisato nei precedenti articoli, è caratterizzato da un alto tasso di flessibilità, morbidi regimi di protezione all’impiego, alto tasso di occupazione e di garanzie al reddito (chi perde il lavoro gode di un sussidio di disoccupazione del 90% per i 4 anni a seguire).
Così facendo una panoramica a 360° su tutti i paesi europei, si può notare con un ampio senso critico, come il nostro mercato, sia ancora afflitto dalla “paura di cambiamento” e logorato dalle tante inefficienze.
Cominciamo il giro dei paesi europei: la Finlandia offre la possibilità ai lavoratori che sono stati impiegati per almeno tre anni di scegliere se aderire o meno al “Programma di sicurezza nel cambio di lavoro” che offre sussidi in cambio di una ricerca attiva di un nuovo lavoro, prevedendo degli obblighi di informazione da dare ai centri per l’impiego.La persona che si rifiuta sistematicamente di accettare le misure proposte dall’ufficio di collocamento o di fornire le informazioni al centro perde il diritto all’indennità di disoccupazione.
In Germania il pacchetto di riforme ideate da Hartz prevede una organizzazione più efficiente per il collocamento al lavoro, fatto di Job centre decentrati e agenzie interinali; l’eliminazione di vincoli legislativi e la semplificazione dei “mini-jobs” (part-time a regime ridotto); il finanziamento di nuove forme di lavoro autonomo per i disoccupati (micro-imprese); l’unificazione del sistema di assistenza per i disoccupati che prevede il 60% dello stipendio percepito precedentemente.
In Gran Bretagna vige invece l’idea di considerare il settore privato più efficiente del pubblico e quindi di dare la possibilità al mercato di coordinare al meglio l’incontro tra domanda e offerta di lavoro (ottica workfarista).
Non ultima la Francia introduce il tanto discusso divorziono consensuale (”Rupture conventionelle), per la quale si incassa l’indennità di disoccupazione (che invece si perde in Francia in caso di dimissioni), garantendo la portabilità di alcuni diritti del dipendente uscito dall’azienda: diritto alla formazione, al ricollocamento e assistenza sanitaria complementare.
Certo è che in Italia, dal punto di vista delle politiche di occupabilità siamo lontanti anni luce, e mi sento di avvalorare la tesi di Treu, quando sostiene (vedi il Sole 24 ore di Mercoledì 6 febbraio) che “la nostra pubblica amministrazione purtroppo funziona a macchia di leopardo, per cui andare a Trento, Bolzano, Modena, è come andare in Danimarca, mentre il Sud (dove le politiche di workfare servirebbero molto di più) è ancora troppo carente.
Come prima mossa da fare è garantire (come è scritto sul Protocollo del Welfare), la ristrutturazione dei Servizi all’impiego, consentendo loro di svolgere al massimo la funzione di intermediazione tra domanda e offerta del lavoro, perchè chi perde il lavoro non può e non deve aspettare il canale informale (amici, parenti, conoscenti), solamente perchè questo canale (a costo zero), non garantisce nè il mantenimento di professionalità, nè la sicurezza sul suo arrivo (molti non hanno conoscenze, e/o amici, parenti che possono “trovargli” lavoro).
Quanti si rivolgono al Centro per l’impiego oggi?Quanti conoscono la differenza tra Centro per l’impiego e ufficio collocamento?
Quanti conoscono la logica di servizio e i vari decreti?
Garantire occupabilità significa investire (soldi veri) in politiche che consentono il mantenimeto e il rafforzamento di quelle professionalità che il lavoratore possiede, ma non può sfruttare perchè ha perso il posto di lavoro….mentre non significa soltanto (e lo ribadisco), tutelare il lavoratore solo perchè sta già dentro al mercato, garantendogli il posto all’infinito!!!!
Come fare questo?Ci sono mille modi, c’è bisogno solo di scelte coraggiose, che garantirebbero alla generazione “mille euro”, di essere parte del sistema, alle giovani ragazze del Sud, un futuro in linea con le loro coetanee del Nord, agli over 50 di ricollocarsi in quella fascia del ceto sociale di cui godevano fino a pochi anni fa…..
Il treno europeo è gia partito, questa volta prendiamolo anche noi!!!!
Rapaccioni Giordano
