L’ ABBROGAZIONE DELL’ARTICOLO 18
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In questa campagna elettorale dai toni molto moderati e poco “sinceri” dove già cominciano a intravvedersi proposte da circo e mai realizzabili (vedi l’ultima sull’abrogazione Ici), un tema molto vivo, merita attenzione: l’abrogazione dell’art. 18.
Non sono certo un estimatore del Pd, ma il vantaggio competitivo che questo partito può avere sulle altre coalizioni, a mio avviso deriva proprio sui temi del lavoro.
Aver candidato tra le fila il Prof. Ichino è la dimostrazione di un segnale di processo “riformatore” sui temi del mercato del lavoro, di cui l’Italia ha bisogno per uscire dal contrasto insider-outsider (lavoratori protetti) e (lavoratori al margine) che blocca il flusso nel mercato del lavoro e ci classifica agli ultimi posti in Europa.
Come ripeto l’articolo non è campagna elettorale a favore del Pd, ma è un elogio alle scelte coraggiose e riformiste di cui un paese civile ha bisogno.
E allora mi viene in mente l’operato illustre dei vari Marco Biagi e Massimo D’Antona “colpevoli” di aver cominciato un percorso di riforme europeista che ci avrebbe portati lontano, se l’operato di questi cari personaggi non sarebbe stato infranto dalla mano violenta di persone inqualificabili.
L’esperienza che sto facendo nel campo lavorativo, mi porta molte volte a riflettere sulla legittimità di certe norme “assurde” che non tutelano nessuno (nè datore, nè lavoratore), ma si colorano di un “rosso” corporativo incapace di arrecare vantaggi al mercato del lavoro e al lavoratore.
La tutela reale, ossia la reintegra sul posto di lavoro alle aziende superiori ai 15 dipendenti per l’illegittimità del licenziamento ha effetti rilevanti sul tessuto produttivo italiano fatto per l’80% di Pmi (piccole medie imprese) e aggrava il contrasto tra coloro che sono dipendenti di imprese sotto la soglia dei 15 che non godono di tale stabilità e pertanto hanno la possibilità di monetizzare il licenziamento (col pagamento da 2,5 a 6 mensilità nel caso di licenziamento illegittimo).
Certamente non concordo affato con l’estensione dell’art 18 anche alle imprese sotto i 15 dipendenti, ma mi schiero a favore di una monetizzazione ampia per i casi di illegittimità di licenziamenti anche sopra i 15 dipendenti.
Si possono considerare altre soluzioni, come il cosidetto contratto unico a tempo indeterminato (dove è prevista in una prima parte la monetizzazione del licenziamento anche per le aziende superiori ai 15 dipendenti e in un secondo momento, dopo i tre anni, l’applicazione dell’art 18.)
L’importante è che si inizi a parlare di certi temi o meglo, si ricominci a parlare di certi temi, valutando la possibilità di considerare scelte alternaive (che vanno comunqe concertate tra parti sociali e Governo), e soprattutto che si contemperi la libertà di iniziativa economica di cui all’art. 41 Cost, con la tutela al lavoro.
Certamente estendere la tutela reale alle imprese sotto la soglia dei 15 dipendenti (immaginiano l’artigiano che si mette in proprio dopo una vita da lavoratore dipendene, o il negozio alimentari sotto casa, o il calzolaio….) non aiuta nessuno e limiterebbe solo la concorrenza tra imprese e lavoratori, perchè ripeto in questo Bel Paese il tessuto produttivo è costituito per l’80% da Pmi, che non sono nè la Fiat, nè l’Enel, nè la Telecom,nè Poste italiane, per cui i diritti dei lavoratore di queste grandi aziende devono (così è scritto nella Costituzione) essere uguali o meglio dovrebbero essere uguali ai lavoratori del negozietto sotto casa.
Ma, almeno di questo dobbiamo prendere atto, il calzolaio, l’alimentari o l’artigiano, non hanno i mezzi finanziari per pagare i costi abnormi che derivano dall’applicazione dell’art.18.
Per cui l’atteggiamento di una parte della classe politica fiera di estendere l’art 18 a tutte le aziende, pare a chi scrive, una scelta scellerata e irrazionale, mentre molto più apprezzabile è un percorso che avvicina i lavoratori di piccole e grandi aziende, scegliendo scelte tipo una monetizzazione del licenziamento illeggittimo molto consistente (sicuramente inferiore a quella derivante dall’art. 18).
Detto questo la candidatura di certi personaggi al Pd non può che portare un vantaggio competitivo di cui le altre parti politiche non possono non tenerne conto in relazione alla vittoria finale.
Quindi voterei sicuramente il Pd se si trattasse solo delle scelte in materia di lavoro, perchè sembra per il momento quello in linea con il progresso ed il cambiamento tecnologico, e quindi capace di affrontare quelle che qualcuno chiamava “scelte coraggiose”.
Visto che comunque questo è un punto importante, ma l’unico che mi induce a schierarmi, per il momento sono molto confuso e forse la scelta più saggia questa volta è il “non-voto”.
Anche perchè questo sorridente partito confonde i temi etici, mischia ideologie discordanti e lontane, quindi non convince…
Peccato perchè bastava uno sforzo (rilevante) da parte della sinistra arcobaleno a convincermi, ma questo non avverrà mai, e condannerà il futuro di questa coalizione per i prossimi anni!!
RAPACCIONI GIORDANO
