Daniele Perello

9 Marzo 2009

UNA NUOVA FASE SINDACALE

Archiviato in: 3 - Economia & Lavoro — admin @ 21:39

 

Con l’Accordo del 22 Gennaio 2009, e la successiva legge sul diritto di sciopero nel trasporto, si apre una nuova stagione di relazioni industriali.
La continuità dell’azione di Governo, in un’ottica europea (vedi il Libro Verde del Lavoro), sta creando numerose spaccature nel mondo sindacale e nella società civile, alimentando ansie e paure da una parte, ed un intento riformista e innovatore dall’altro.
L’Accordo del 22 Gennaio 2009, relativo alla riforma sulla struttura della contrattazione collettiva, riprende, con alcune sostanziali modifiche, le linee del Protocollo di Luglio 1993, che ha regolato fino ad oggi la politica dei redditi.
Il punto di maggior discussione, sulla quale c’è stata il dissenso, che ha portato alla mancata firma, della Cgil, è l’abbandono dell’inflazione programmata e la presa a riferimento, per la tutela del potere d’acquisto dei salari reali del c.d IPCA (indicatore depurato dal prezzo dei prodotti energetici importati).
Già, il protocollo del Luglio 93, aveva mostrato alcune crepe nel suo impianto, visto la disattendibilità dell’indice di inflazione programmata, sempre difforme da quella reale, ed il mancato recupero, visto i ritardi nei rinnovi dei contratti collettivi nel biennio economico.
La conseguenza, dati alla mano, è stata una perdita del potere di acquisto del reddito di lavoro dipendente dal 93 ad oggi.
L’indice IPCA (Indice dei prezzi al consumo armonizzato per i Paesi dell’Unione), sembra essere un indicatore più vicino all’inflazione reale, e, con il rinnovo del 22 Gennaio, il recupero per l’eventuale discostamento dall’inflazione reale avviene nel triennio.
La durata del Ccnl, sia per la parte normative che economica, diviene dunque triennale (questa altra modifica radicale), con la possibilità lasciati ai contratti collettivi aziendali, di derogare, in situazioni economiche o occupazionali difficili, al contratto collettivo nazionale di lavoro(punto 16 dell’accordo)
Viene poi affidata alla contrattazione territoriale o aziendale (ma questo era già previsto dal Protocollo del luglio del ‘93) la possibilità di distribuire reddito legato a produttività, incrementi di qualità e redditività.
Chiaramente, la paura delle parti sociali e della dottrina, che criticano questa struttura, è legata alla bassa diffusione e concentrazione della contrattazione collettiva aziendale (che copre nel nostro territorio circa il 30%), che lascierebbe i lavoratori delle aziende che non hanno un secondo livello di contrattazione, privi di tutela (con la conseguente perdita del salario reale).
Per questi lavoratori, verrà garantito un elemento perequativo (altro elemento innovativo),stabilito a livello centrale, volto a coprire quel differenziale, nell’ottica di garantire quanto più possibile, il mantenimento del potere d’acquisto del salario reale.
Quasi che il nuovo accordo sia una scommessa sulla possibilità di rilancio dell’economia affidato alle imprese ed ai lavoratori, che insieme produrranno ricchezza, reddito e produttività, che verranno redistribuite tra lavoratori.
L’azione del Governo dovrà essere quella di garantire l’agevolazione della contrattazione di secondo livello, attraverso misure tese ad incentivare la produttività (come ad esempio gli sgravi decontibutivi sui premi di redditività e di produttività).
Tuttavia, un disegno da condividere, senza nessuna paura e nessuna chiusura conservatrice, che responsabilizza le imprese che si muovono all’interno di un mercato sempre più concorrenziale e differenziato a livello territoriale.
In sostanza, l’Accordo è molto simile a quello del ‘93 per forma e struttura, ma cerca di introdurre alcuni elementi (vedi ad esempio la bilateralità, intesa come possibilità di un Welfare a sostegno di quello pubblico) tarati su un momento di congiuntura economica negativa che richiede ampi sforzi comuni per il rilancio del sistema Paese.
A livello economico, viene confermata quindi, la centralità del livello nazionale di contrattazione (come nel ‘93), ma si cambia l’indice che legava l’incremento della retribuzione alla dinamica inflattiva (Ipca, anzichè inflazione programmata).
La mancata firma della Cgil, condivisibile o meno, rischia di irrigidire e vanificare lo sforzo di cui sopra, e ricorda i tempi tipici delle lotte sindacali del ‘68 o 70, quando, in presenza di un sistema industriale fordista legato alla “fabbrica”, l’operaio era considerato la parte debole del rapporto di lavoro.
E’ chiaro che il conflitto deve rimanere il “sale” e vivo nelle relazioni industriali, ma la conflittualità deve essere sempre propositiva e legittima, e soprattutto deve prendere a riferimento il momento contingente, affinchè le parti si assumono la massima responsabilità.
In questo momento storico, di crisi economica, con un sistema produttivo non più fordista ( vedi la terziarizzazione, i processi di esternalizzazione, di decentramento produttivo, il disegno e l’esigenza di un ottica federalista), l’esigenza è quella di mantere relazioni sindacali partecipative, non solo basata sull’elemento salariale, ma convergente su altri elementi (rilancio di politiche attive, partecipazione dei lavoratori alla vita aziendale, adattabilità del lavoratore in un mutevole mercato, bilateralità,innovazione).

GIORDANO RAPACCIONI

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