IL DIRITTO DEL LAVORO…DI GIORDANO RAPACCIONI

Dopo molto tempo, torno a scrivere sul blog del “fraterno” e caro amico Daniele.
L’articolo vuole essere un riassunto di idee, tappe e percorsi, con la proiezione di chi immagina sviluppi futuri sulla base di eventi trascorsi e contingenze odierne.
L’oggetto, come si desume dal titolo, non può non essere a pochi giorni dall’anniversario della morte del giuslavorista Massimo D’Antona, l’evoluzione del diritto del lavoro.
Ancora oggi, si sente nell’aria, la rabbia per aver perso un giuslavorista “eccelente”, un riformista vero, che ha avuto solo la colpa di aver messo troppo coraggio nelle sue scelte, ed ha pagato con il prezzo più caro questa sua sentita esigenza di modernizzare il diritto del lavoro.
Massimo d’Antona, che molti anni fa, anticipando le tendenze del mercato e dei processi di organizzazione del lavoro, (profondamente mutati dagli anni in cui era “necessario” porre a garanzia del lavoratore un apparato garantista forte, tramutato poi in provvediementi necessari come lo Statuto dei lavoratori), avvertiva l’esigenza di trasformare il diritto del lavoro nel diritto al lavoro, ponendo l’accento sulla garanzia dell’essere contro quella dell’avere.
Con spirito anticipatore, aveva letto le tendenze del mercato, già in quegli anni, quando eravamo solo all’inizio del mutamento delle tecniche lavorative, dei processi di organizzazione del lavoro (non più basate su tendenze fordiste), della new-economy, dell’avvento di internet e dei personal computer….
In un contesto in cui si riducono i tempi delle lavorazioni, in cui si riesce a produrre molto più velocemente, sia per la delocalizzazione ed i processi di outsourcing, sia per l’avvento dell’informatizzazione nella catena di montaggio, il lavoratore deve ben vedersi da non perdere mai la caratteristica fondamentale di impiegabilità e occupabilità.
Ma è una sfida in cui il lavoratore non può essere lasciato solo, ma deve essere “guidato” affinchè accetti e superi questa sfida, che piaccia o no, sta modificando le dinamiche occupazionali. La “formazione” del lavoratore non deve essere solo quella sulla “carta”, da curriculum, ma deve essere reale, e deve cominciare fin dai primi anni di vita. Una sfida culturale, una sfida di responsabilizzazione, una sfida di ammodernamento.
Ora, tutto questo, sembra un messaggio utopistico, ma io credo, che solo così, si riesca a migliorare il mercato del lavoro, dove a tutt’oggi emergono delle differenze sostanziali (si pensi al gap tra tasso di occupazione femminile e quello maschile, oppure ai bassi tassi di occupazione degli over 40 che una volta usciti dal mercato del lavoro fanno fatica a rientrare).
La disparità di tutela tra lavoratori di piccole e grandi aziende, sta diventando irritante, quasi da mettere in discussione i principi costituzionali di parità di trattamento e di uguaglianza, sia di fronte alla legge, sia di fronte all’etica ed alla morale.
La sola tutela, seppur legittima, dei lavoratori “iscritti” o “tessarati”, mette in discussione i principi stessi di libertà sindacale (che può anche essere libertà sindacale in negativo).
Il riconosciemento del merito, le politiche di incentivazione, il distribuire ricchezza secondo il raggiungimento di obiettivi, la competizione tra lavoratori (dietro sistemi incentivanti o penalizzanti), sono tutti argomenti di cui si dibatte da anni, ma nessuno ha mai avuto la capacità di concretizzare concetti ed idee.
Vanno riviste anche i percorsi di istruzione, a mio avviso, troppo frammentati e non corrispondenti alle reali esigenze occupazionali. Molte volte chi esce da un percorso di studi ha un impatto troppo distante dall’azienda, perchè ha solo “studiato” e non ha mai “operato” (con la conseguente e costosa attività di inserimento del lavoratore in azienda).
Ad impiegabilità ed occupabilità corrisponde necessariamente la flessiblizzazione dei rapporti di lavoro, un livello necessario di formazione superiore, di specializzazione delle competenze, una continua e necessaria rivisitazione delle politiche retributive incentivanti e/o penalizzanti.
La catena produttiva si è notevolmete accorciata, con la conseguenza che tempi e metodi di lavoro debbono essere più brevi ma ricchi di qualità perchè il prodotto deve essere il “leader” sul mercato (pena l’esclusione dell’azienda dal mercato).
La tendenza odierna vede oggi una forte spinta (in parte accettata dai lavoratori stessi) verso l’individualizzazione delle politiche retributive, e una contrattazione sempre più aziendale (che rispecchia l’esigenze dell’azienda) e vede la partecipazione dei lavoratori come elemento fondante. Da tutto questo si osserva che gli stessi lavoratori cercano di “guadagnare” di più contrattando direttamente con il datore di lavoro, adeguamenti e distibuzione della ricchezza, che inevitabilmente non possono essere diffuse a pioggia. La partecipazione dei lavoratori alla vita aziendale è l’altra sfida da giocare nei prossimi anni.
In tutto questo il lavoratore rischia di perdere lavoro se non ha competenze, specializzazioni, capacità di adattamento alle mutevoli esigenze del mercato.
Vi lascio, ricordando ancora il doveroso e sempre grato contributo di Massimo D’Antona e Marco Biagi, che tutto quanto sopra espresso avevano anticipato (e si sta verificando oggi a distanza di 10 anni), con forte senso di responsabilità e professionalità.
Giordano Rapaccioni
