Daniele Perello

25 Maggio 2009

IL DIRITTO DEL LAVORO…DI GIORDANO RAPACCIONI

Archiviato in: 3 - Economia & Lavoro — admin @ 14:01

Dopo molto tempo, torno a scrivere sul blog del “fraterno” e caro amico Daniele.
L’articolo vuole essere un riassunto di idee, tappe e percorsi, con la proiezione di chi immagina sviluppi futuri sulla base di eventi trascorsi e contingenze odierne.
L’oggetto, come si desume dal titolo, non può non essere a pochi giorni dall’anniversario della morte del giuslavorista Massimo D’Antona, l’evoluzione del diritto del lavoro.
Ancora oggi, si sente nell’aria, la rabbia per aver perso un giuslavorista “eccelente”, un riformista vero, che ha avuto solo la colpa di aver messo troppo coraggio nelle sue scelte, ed ha pagato con il prezzo più caro questa sua sentita esigenza di modernizzare il diritto del lavoro.
Massimo d’Antona, che molti anni fa, anticipando le tendenze del mercato e dei processi di organizzazione del lavoro, (profondamente mutati dagli anni in cui era “necessario” porre a garanzia del lavoratore un apparato garantista forte, tramutato poi in provvediementi necessari come lo Statuto dei lavoratori), avvertiva l’esigenza di trasformare il diritto del lavoro nel diritto al lavoro, ponendo l’accento sulla garanzia dell’essere contro quella dell’avere.
Con spirito anticipatore, aveva letto le tendenze del mercato, già in quegli anni, quando eravamo solo all’inizio del mutamento delle tecniche lavorative, dei processi di organizzazione del lavoro (non più basate su tendenze fordiste), della new-economy, dell’avvento di internet e dei personal computer….
In un contesto in cui si riducono i tempi delle lavorazioni, in cui si riesce a produrre molto più velocemente, sia per la delocalizzazione ed i processi di outsourcing, sia per l’avvento dell’informatizzazione nella catena di montaggio, il lavoratore deve ben vedersi da non perdere mai la caratteristica fondamentale di impiegabilità e occupabilità.
Ma è una sfida in cui il lavoratore non può essere lasciato solo, ma deve essere “guidato” affinchè accetti e superi questa sfida, che piaccia o no, sta modificando le dinamiche occupazionali. La “formazione” del lavoratore non deve essere solo quella sulla “carta”, da curriculum, ma deve essere reale, e deve cominciare fin dai primi anni di vita. Una sfida culturale, una sfida di responsabilizzazione, una sfida di ammodernamento.
Ora, tutto questo, sembra un messaggio utopistico, ma io credo, che solo così, si riesca a migliorare il mercato del lavoro, dove a tutt’oggi emergono delle differenze sostanziali (si pensi al gap tra tasso di occupazione femminile e quello maschile, oppure ai bassi tassi di occupazione degli over 40 che una volta usciti dal mercato del lavoro fanno fatica a rientrare).
La disparità di tutela tra lavoratori di piccole e grandi aziende, sta diventando irritante, quasi da mettere in discussione i principi costituzionali di parità di trattamento e di uguaglianza, sia di fronte alla legge, sia di fronte all’etica ed alla morale.
La sola tutela, seppur legittima, dei lavoratori “iscritti” o “tessarati”, mette in discussione i principi stessi di libertà sindacale (che può anche essere libertà sindacale in negativo).
Il riconosciemento del merito, le politiche di incentivazione, il distribuire ricchezza secondo il raggiungimento di obiettivi, la competizione tra lavoratori (dietro sistemi incentivanti o penalizzanti), sono tutti argomenti di cui si dibatte da anni, ma nessuno ha mai avuto la capacità di concretizzare concetti ed idee.
Vanno riviste anche i percorsi di istruzione, a mio avviso, troppo frammentati e non corrispondenti alle reali esigenze occupazionali. Molte volte chi esce da un percorso di studi ha un impatto troppo distante dall’azienda, perchè ha solo “studiato” e non ha mai “operato” (con la conseguente e costosa attività di inserimento del lavoratore in azienda).
Ad impiegabilità ed occupabilità corrisponde necessariamente la flessiblizzazione dei rapporti di lavoro, un livello necessario di formazione superiore, di specializzazione delle competenze, una continua e necessaria rivisitazione delle politiche retributive incentivanti e/o penalizzanti.
La catena produttiva si è notevolmete accorciata, con la conseguenza che tempi e metodi di lavoro debbono essere più brevi ma ricchi di qualità perchè il prodotto deve essere il “leader” sul mercato (pena l’esclusione dell’azienda dal mercato).
La tendenza odierna vede oggi una forte spinta (in parte accettata dai lavoratori stessi) verso l’individualizzazione delle politiche retributive, e una contrattazione sempre più aziendale (che rispecchia l’esigenze dell’azienda) e vede la partecipazione dei lavoratori come elemento fondante. Da tutto questo si osserva che gli stessi lavoratori cercano di “guadagnare” di più contrattando direttamente con il datore di lavoro, adeguamenti e distibuzione della ricchezza, che inevitabilmente non possono essere diffuse a pioggia. La partecipazione dei lavoratori alla vita aziendale è l’altra sfida da giocare nei prossimi anni.
In tutto questo il lavoratore rischia di perdere lavoro se non ha competenze, specializzazioni, capacità di adattamento alle mutevoli esigenze del mercato.
Vi lascio, ricordando ancora il doveroso e sempre grato contributo di Massimo D’Antona e Marco Biagi, che tutto quanto sopra espresso avevano anticipato (e si sta verificando oggi a distanza di 10 anni), con forte senso di responsabilità e professionalità.
 
Giordano Rapaccioni

9 Marzo 2009

UNA NUOVA FASE SINDACALE

Archiviato in: 3 - Economia & Lavoro — admin @ 21:39

 

Con l’Accordo del 22 Gennaio 2009, e la successiva legge sul diritto di sciopero nel trasporto, si apre una nuova stagione di relazioni industriali.
La continuità dell’azione di Governo, in un’ottica europea (vedi il Libro Verde del Lavoro), sta creando numerose spaccature nel mondo sindacale e nella società civile, alimentando ansie e paure da una parte, ed un intento riformista e innovatore dall’altro.
L’Accordo del 22 Gennaio 2009, relativo alla riforma sulla struttura della contrattazione collettiva, riprende, con alcune sostanziali modifiche, le linee del Protocollo di Luglio 1993, che ha regolato fino ad oggi la politica dei redditi.
Il punto di maggior discussione, sulla quale c’è stata il dissenso, che ha portato alla mancata firma, della Cgil, è l’abbandono dell’inflazione programmata e la presa a riferimento, per la tutela del potere d’acquisto dei salari reali del c.d IPCA (indicatore depurato dal prezzo dei prodotti energetici importati).
Già, il protocollo del Luglio 93, aveva mostrato alcune crepe nel suo impianto, visto la disattendibilità dell’indice di inflazione programmata, sempre difforme da quella reale, ed il mancato recupero, visto i ritardi nei rinnovi dei contratti collettivi nel biennio economico.
La conseguenza, dati alla mano, è stata una perdita del potere di acquisto del reddito di lavoro dipendente dal 93 ad oggi.
L’indice IPCA (Indice dei prezzi al consumo armonizzato per i Paesi dell’Unione), sembra essere un indicatore più vicino all’inflazione reale, e, con il rinnovo del 22 Gennaio, il recupero per l’eventuale discostamento dall’inflazione reale avviene nel triennio.
La durata del Ccnl, sia per la parte normative che economica, diviene dunque triennale (questa altra modifica radicale), con la possibilità lasciati ai contratti collettivi aziendali, di derogare, in situazioni economiche o occupazionali difficili, al contratto collettivo nazionale di lavoro(punto 16 dell’accordo)
Viene poi affidata alla contrattazione territoriale o aziendale (ma questo era già previsto dal Protocollo del luglio del ‘93) la possibilità di distribuire reddito legato a produttività, incrementi di qualità e redditività.
Chiaramente, la paura delle parti sociali e della dottrina, che criticano questa struttura, è legata alla bassa diffusione e concentrazione della contrattazione collettiva aziendale (che copre nel nostro territorio circa il 30%), che lascierebbe i lavoratori delle aziende che non hanno un secondo livello di contrattazione, privi di tutela (con la conseguente perdita del salario reale).
Per questi lavoratori, verrà garantito un elemento perequativo (altro elemento innovativo),stabilito a livello centrale, volto a coprire quel differenziale, nell’ottica di garantire quanto più possibile, il mantenimento del potere d’acquisto del salario reale.
Quasi che il nuovo accordo sia una scommessa sulla possibilità di rilancio dell’economia affidato alle imprese ed ai lavoratori, che insieme produrranno ricchezza, reddito e produttività, che verranno redistribuite tra lavoratori.
L’azione del Governo dovrà essere quella di garantire l’agevolazione della contrattazione di secondo livello, attraverso misure tese ad incentivare la produttività (come ad esempio gli sgravi decontibutivi sui premi di redditività e di produttività).
Tuttavia, un disegno da condividere, senza nessuna paura e nessuna chiusura conservatrice, che responsabilizza le imprese che si muovono all’interno di un mercato sempre più concorrenziale e differenziato a livello territoriale.
In sostanza, l’Accordo è molto simile a quello del ‘93 per forma e struttura, ma cerca di introdurre alcuni elementi (vedi ad esempio la bilateralità, intesa come possibilità di un Welfare a sostegno di quello pubblico) tarati su un momento di congiuntura economica negativa che richiede ampi sforzi comuni per il rilancio del sistema Paese.
A livello economico, viene confermata quindi, la centralità del livello nazionale di contrattazione (come nel ‘93), ma si cambia l’indice che legava l’incremento della retribuzione alla dinamica inflattiva (Ipca, anzichè inflazione programmata).
La mancata firma della Cgil, condivisibile o meno, rischia di irrigidire e vanificare lo sforzo di cui sopra, e ricorda i tempi tipici delle lotte sindacali del ‘68 o 70, quando, in presenza di un sistema industriale fordista legato alla “fabbrica”, l’operaio era considerato la parte debole del rapporto di lavoro.
E’ chiaro che il conflitto deve rimanere il “sale” e vivo nelle relazioni industriali, ma la conflittualità deve essere sempre propositiva e legittima, e soprattutto deve prendere a riferimento il momento contingente, affinchè le parti si assumono la massima responsabilità.
In questo momento storico, di crisi economica, con un sistema produttivo non più fordista ( vedi la terziarizzazione, i processi di esternalizzazione, di decentramento produttivo, il disegno e l’esigenza di un ottica federalista), l’esigenza è quella di mantere relazioni sindacali partecipative, non solo basata sull’elemento salariale, ma convergente su altri elementi (rilancio di politiche attive, partecipazione dei lavoratori alla vita aziendale, adattabilità del lavoratore in un mutevole mercato, bilateralità,innovazione).

GIORDANO RAPACCIONI

2 Febbraio 2009

CHI SALVA LE PICCOLE E MEDIE IMPRESE ???

Archiviato in: 3 - Economia & Lavoro — admin @ 11:56

In una situazione di crisi come quella attuale, dovuta alla carenza di liquidità finanziaria sul mercato, gli operatori economici ed i policy makers si interrogano su quale è il futuro delle imprese.
Si sente oggi frequente parlare del settore auto, il quale  vive una situazione negativa negli Stati Uniti d’America (vendite a Gennaio del 40% in meno rispetto allo stesso mese del 2008) ed anche in Italia non sembra certo avere buone prospettive.
Si annunciano nel bel Paese 60 mila posti di lavoro in meno nel settore auto se non si prendono a breve provvedimenti. Il Governo è intervenuto subito ai ripari prevedendo un sistema incentivante (ecobonus) nella rottamazione e conseguente di un’auto.
Un sistema virtuoso che può arrivare fino ad un bonus di 1500 euro a secondo della riduzione di emissione della C02 emessa dalla nuova auto.
E’ chiaro il messaggio del Governo: aiutare il settore auto, trainando il comportamento del consumatore nell’acquisto di un auto a forte capacità “ecoligica”.
Il decreto anti - crisi poi, diventato legge in questi giorni, mette in campo anche azioni tese al potenziamento degli ammortizzatori sociali, su tutti l’indennità di disoccupazione per gli stati di temporanea crisi di mercato o riduzione di commesse (a condizione, si legge nell’art. 19 1 comma, che ci sia una quota finanziata dall’intervento degli enti bilaterali).
Si passa poi al potenziamento della Cassa integrazione guadagni straordinaria, fino ad arrivare a soluzioni tipo bonus famiglia…..
Un segnale quello del Governo, di responsabilità teso ad aiutare, imprese e lavoratori dipendenti ad uscire da un tunnel di cui non vediamo la luce.
E’ chiaro che, come sempre, a rimetterci sono le piccole medie imprese, le aziende dell’indotto, le micro aziende, che non hanno ammortizzatori sociali e si vedono costretti, nella fase negativa a tagliare posti di lavoro, non potendo sostenere gli oneri che derivano dal costo del lavoro dipendente.
L’80% del tessuto produttivo italiano è formato da piccole e medie imprese (se vogliamo anche da micro imprese), imprese a conduzione familiare, che sono il vero motore del tessuto industriale italiano e che ogni volta, sono le prime a sentire gli effetti devastanti del mercato.
Sono imprese formate con grandi sacrifici del datore di lavoro, spesso proveniente da una condizione di lavoro dipendente anche lui, il quale ha puntato sui suoi invenstimenti per arrivare a creare un azienda a sua immagine e somiglianza.
La condizione attuale che stiamo vivendo, al di là del settore auto, fortemente in crisi, risente anche della crisi dell’indotto su altri settori (vedi tessile, chimico, edile) e di certo le ultime notizie sulla spaccatura del mondo sindacale (vedi la mancata firma della Cgil sul protocollo degli assetti contrattuali), non fa che peggiorare la situazione.
Se aveva un senso precedentemente, la rigidità sindacale, in un periodo caratterizzato da forti divisioni politiche ed in un contesto diverso dal punto di vista produttivo (la grande fabbrica, i colletti blu contro i colletti bianchi, la standardizzazione dei processi produttivi), oggi può diventare un’arma potentissima nell’acuire gli effetti economici negativi.
Se avea un senso la rigidità delle regole che bloccavano, il mercato del lavoro, oggi non ce lo ha più, perchè il contrasto insider-outsider non fa altro che ridurre il turn-over del mercato, con la conseguente esclusione di alcune categorie (donne, giovani, over 50….).
Occorre soliedarietà, potenziamento degli ammortizzatori sociali, potenziamento delle politiche attive, innovazione nei metodi e nei processi produttivi, variabilità delle competenze e consocenze per ritornare ad essere grandi.
Si esce dalla crisi solamente con largo consenso, con il sacrficio di tutti, con lo sforzo comune di “fare”…….Ancora una volta il Bel Paese si è dimostrato politicamente e sindacalmente spaccato, diviso, lontano dal risolvere le conseguenze negative di una crisi profonda.

GIORDANO RAPACCIONI

7 Dicembre 2008

RISPARMIARE OGGI PER NON MORIRE DOMANI

Archiviato in: 3 - Economia & Lavoro — admin @ 15:10

L’homo consumers, tanto osannato in questi tempi dal capo del Governo, trova dei limiti reali e fondati alla sua azione di spesa.
Il messaggio che sta passando in questi giorni, che vede il cittadino come “molla per far ripartire i consumi” e di conseguenza le variabili reali (occupazione, reddito, pil), appare quanto meno infondato, tanto da sembrare una provocazione.
La stato di totale confusione è dimostrato dal fatto che i liberali diventano Keynesiani senza accorgersi del loro passato e i democratici di sinistra prendono spunto dal modello americano, spinti dalla vittoria di Obama.
Lo stato di ansia che si è venuto a creare, della quale conosciamo solamente il 0,1% (la crisi ha effetti devastanti e a lungo termine), porta il policy maker, a fare delle valutazioni approssimative e non esaustive.
Come si può chiedere in questo momento ai cittadini (operai, impiegati, pensionati), di consumare, se il loro reddito è stretto dal caro-vita e dalle condizioni disagiate? Capisco e condivido, che chi governa, non deve mai lanciare messaggi di pessimismo, ma se gli italiani, ad oggi hanno una possibilità di salvare la loro condizione è quella di agire attraverso il comportamento del risparmiatore.
Risparmiare non tanto, per migliorare la condizione oggi, ma per salvaguardare il futuro (famiglia, figli, stato di età pensionabile),perchè quando Keyness, durante la Grande depressione del ‘29 consigliava al cittadino di consumare per far ripartire il sistema, lo faceva in un contesto diverso, e metteva al centro sempre l’azione di Governo, a sostegno della domanda aggregata (investimenti pubblici,deficit spending ecc).
E’ chiaro che il messaggio propagandistico del Governo che si pone al riparo da eventuali responsabilità, scaricando la responsabilità sul singolo consumatore, non incentivando investimenti pubblici (vedi taglio sull’istruzione, tagli al welfare, sugli investimenti pubblici) a sostegno della domanda aggregata, non ci porta lontano e ci metta ancora di più in difficoltà.
Di questa crisi, appena cominciata, non ne vediamo la fine, non ne sappiamo l’entità, non ne vediamo via d’uscita.
A nulla serve la social card (che sembra tanto caritatevole, da togliere la dignità a chi la riceve), a nulla servono messaggi dall’alto, tutto è rimesso all’inteligenza ad alla razionalità del singolo cittadino, che deve guardare e porsi al riparo dalle conseguenza future.
Non può essere certo lui, la scintilla che fa partire il motore, se il motore è bloccato e obsoleto…..L’azione del Governo è quella di lubrificare gl ingranaggi consentendo ad oggi di far ripartire lentamente il sistema, evitando gli sprechi, sostenendo gli investimenti pubblici, premiando l’eccellenza, garantendo un reddito d’ingresso dignitoso, evitando conflitti d’interesse inutili, proteggendo le piccole e medie imprese.
L’homo consumers, non può e non deve certo adaggiarsi sull’azione del Governo, ma deve metterlo alle strette (evitando oggi più che mai di schierarsi dietro ragioni ideologiche e colori politici), chiedendo risposte certe ed esaustive.
Una sinergia questa che garantirebbe un minimo di equilibrio, oggi più che mai indispensabile,perchè nei momenti di crisi ognuna rischia di far come vuole, rischiando l’anarchia totale, che non risolverebbe nulla.
 
RAPACCIONI GIORDANO

8 Ottobre 2008

ETICA ED ECONOMIA, LA FINE DEI GIOCHI

Archiviato in: 3 - Economia & Lavoro — admin @ 13:28

 

 Sen, maestro e padre dell’economia morale e dei principi etici in economia, lo sostiene da tempo: efficienza paretiana e liberismo non portano alla corretta eguglianza nella distribuzione delle risorse.
Un teorema analogo a quello di Arrow, oggi più che mai dibattuto e fonte di dibattito per illustri economisti.
A monte chiaramente c’è il concetto di etica e di moralità nell’economia…Crediamo ancora che possa esistere un principio etico che pone a freno la macchina economica? Il liberismo, l’efficienza paretiana, può condurre ancora a situazioni di benessere?Diamo ancora valore all’utilità dei singoli beni, o crediamo solamente nel giochino numerico di corretta allocazione e di ineguale distribuzione????
Che cos’è l’etica? Si dice il confine tra la norma (precetto) e la moralità, un’area grigia che va dalla responsabilità sociale delle imprese e degli enti pubblici, alla benevolenza del soggetto privato che aiuta il vicino di casa, dalla diffusione del messaggio cattolico e cristiano, al perdono di chi commette reati finanziari gravi  e devastanti……
Questi discorsi, non retorici, si facevano secoli scorsi, quasi che l’etica in economia, sembrava un dogma di fede, nella quale ci si sforzava di crederci e ci si convinceva piano piano dell’esistenza.
Guardiamo la situazione mondiale oggi: frenesia dei mercati, instabilità politica, paura ed insicurezza, responsabilità diffuse di Governi ed istituzioni, scelte devastanti, confusione tra liberismo, libera concorrenza e globalizzazione.
Chi, ad oggi si illude ancora di pensare che i Governi ed i policy makers (coloro che si prefiggono obbiettivi ed attuano scelte per l’intera collettività), possano portare al miglioramento delle condizione del singolo, rischia di cadere in un baratro dalla quale non si esce più….come dire si va sempre di più, per cause di forza maggiore, verso l’individualizzazione di scelte singole…come dire visto che tanto non posso più pensare alla benessere della collettività (come mi hanno sempre insegnato dal primo giorno di scuola), perchè ho paura della mia condizione, vado avanti per conto mio, attuando scelte (giuste o sbagliate, etiche o non etiche), facendo programmi, investendo in hudge funds, giocando in borsa, oppure risparmiando fino all’osso per portare da mangiare ai miei figli che mi richiedono un futuro migliore…..
Quasi che l’ansia e la paura della mia condizione, non mi permette, anche se vorrei tanto, contribuire alla collettività…proprio io, cristiano, cattolico, di buona famiglia, convinto che la collettività non è la somma di singoli interessi, ma la sintesi di singoli interessi…
Poi mi fermo a pensare…. ma sto attuando scelte etiche?Ho investito 100 mila euro per averne 200, visto che con 100 sopravviverò solo per una settimana, ho fatto una scelta etica e responsabile?La risposta ovviamente, dipende dal risultato (se l’investimento sarà remunerativo si, perchè i miei figli potranno ancora mangiare, se l’investimento sarà negativo, no, sarò irresponsabile, e avrò ucciso i miei figli)…poi mi fermo a pensare!! Ma come sono arrivato a questo?Chi mi ci ha posto in queste condizioni? Proprio chi credeva alla finanziarizzazione dei mercati, al liberismo sfrenato, e non alla collettività…..ed allora io, ad oggi, agisco come loro, ma per causa di forza maggiore (perchè io ho sempre creduto nella collettività).
E’ la guerra fra poveri, la paura di chi cade in povertà…e ancora si sentono politici che si permettono di dire, è colpa di destra o sinistra….Consumi in calo da 10 mesi, economia ferma, crollo dei mercati……Chi pensa ancora all’etica?
Quando il messaggio è “SI SALVI CHI PUO’”, come nel periodo in cui viviamo oggi, quando la guerra è fra poveri, il policy makers non diventa più credibile (mi piacerebbe vedere il tasso di astensionismo ad oggi se ci fossero le elezioni).
Quando i mutui arrivano a 1600 euro al mese, il gioco di azzardo prende la mano, la criminalità aumenta, i figli diminuiscono, i poveri muoiono, ed alla collettività anche se vorremmo, non pensiamo più…….
Crediamo che singolarmente ad oggi, stiamo attuando scelte giuste, presi dalla disperazione e dall’insicurezza….Ma la colpa non è nostra, forse dall’alto hanno creduto troppo alla frenesia dei mercati, ci hanno rovinato con l’illusione che tutti potevamo stare meglio, ed adesso solo loro sopravvivono, o magari sono già scappati!!!
E ci vengono ancora a parlare di etica e moralità!!!!!

GIORDANO RAPACCIONI

15 Settembre 2008

Alitalia….a che cosa serve il sindacato!!

Archiviato in: 1 - Politica Nazionale, 3 - Economia & Lavoro — admin @ 21:40

Ore bollenti per il caso Alitalia…
Dopo l’out-out di Ministri e cordata, la nuova compagnia di bandiera sembra destinata al fallimento.
Un vero dramma per l’intero paese, ma soprattutto per quelle migliaia di lavoratori, che da 2 anni ad oggi, non sanno quale sarà il loro futuro……Questione di minuti, perchè da domani (lunedì 15 settembre) non sono garantiti i voli e partono le prime Cigs.
Colaninno e company, presentando il nuovo piano, hanno stravolto le abitudini del gruppo: l’oggetto del contendere è il contratto unico, che numerosi sindacati, su tutti quello potentissimo dei piloti (Anpac), continua a rifiutare.
Le ultime notizie, parlano di un aumento di 100 milioni di euro da parte della cordata, che farbbe porterebbe la riduzione degli stipendi dal 25 al 20%….ma dietro la proposta, ancora un secco no.
Arrivati a questo punto, i continui rifiuti non sono più tattica per far aumentare l’offerta, perchè o la partita si chiude o si portano i libri in tribunale (si andrebbe infatti verso il fallimento).
Sbagli negli anni ce ne sono stati, si doveva sicuramente intervenire prima, anzichè arrivare ad oggi con la corda (è proprio il caso di dirlo) alla gola.
Certo, 9 sigle sindacali non si metteranno mai d’accordo, e la fetta più importante si gioca sempre con chi prende più soldi, in questi casi i piloti.
Ecco amici, a cosa serve il sindacato, a tutelare in primis gli interessi dei propri iscritti (mi sembra anche ragionevole), ma la solidarietà si ferma là, diventa corporativa e asfissiante.
E il personale di terra?E tutti quelli che lavorano all’interno dell’aereoporto?
Si sa che il contratto unico, indebolisce tutti, ma almeno, a fine mese, tutti e dico tutti, hanno lo stipendio.
Ci sarnno meno giorni di ferie, meno permessi, insomma tanti e tanti sacrifici, ma ci sono anche migliaia e migliaia di lavoratori a cui è doveroso andare incontro con solidarietà.
Sperando che si riesce a trovare un accordo, fra pochi minuti, salvando la compagnia di bandiera, pilastro del nostro sistema dei trasporti, mi auguro che tanti di quei lavoratori continuino a lavorare.
Non accettare un contratto unico, che si potrebbe comunque rivedere nel tempo, con il rischio di far fallire la compagnia, è un atto grave ed irresponsabile, anche perchè il sindacato contintua a lavorare, i dipendenti no.
Il piano Cai, con tagli agli stipendi ed esuberi, tutti sappiamo che è difficoltoso, ma è l’unica alternativa, e soprattutto non c’è più tempo.
 
Rapaccioni Giordano

31 Luglio 2008

UNA NUOVA STAGIONE

Archiviato in: 3 - Economia & Lavoro — admin @ 21:16

 Certo è che ogni coalizione politica intende le relazioni industriali e la regolamentazione del mercato del lavoro come meglio crede…
Di conseguenza applica regole, decreti e disegni di legge, strumenti utili o contestabili, certi o discutibili.
Le politiche del nuovo Ministro del lavoro Sacconi (stretto collaboratore del grande maestro di relazioni industriali, Marco Biagi), garantiscono un elevato tasso di semplificazione dell’intero apparato, nonchè danno un incentivo importante per l’evoluzione e l’incremento del tasso di occupazione (di nuovo al ribasso dagli ultimi Dati Istat).
ll decreto 112/2008, contiene numerose norme (alcune entrate in vigore il 25 Giugno), che da tempo gli operatori del mercato del lavoro attendevano, ed ora finalmente risultano applicate (visto che si tratta di un decreto Legge).
Vediamone alcune:
- Abrogazione delle dimissioni on line
- Eliminazione della durata minima del contratto di apprendistato professionalizzante (prima fissata in 2 anni)
-Reintroduzione del lavoro intermittente (che consente ora a chi fa lavori del fine settimana, di stare finalmente in regola)
-Regoalamentazione del lavoro accessorio
-Cumulo tra redditi di lavoro e da pensione (in vigore dal 1 Gennaio 2009)
-Deroga al limite dei 36 mesi da parte della contrattazione collettiva al contratto di lavoro a termine, ora consentito anche per l’ordinaria attività dell’azienda
 
Ce ne sono altre, ma è il senso di queste riforme che va apprezzato: quello di eliminare i lacci e lacciuoli al diritto del lavoro che non consente uno sviluppo omogeneo dell’economia e non permettono il tanto desiderato decollo delle relazioni industriali.
Chi scrive è del parere che le norme vanno sempre contestualizzate al momento, e credo che oggi più che mai, le relazioni industriali debbano essere al centro del sistema economico, perchè non è certo un buon politico chi scrive (o pensa) ancora a regole vecchie, obsolete, inefficaci.
L’epoca in cui viviamo (globalizzazione e frenesia dei mercati), è molto dinamica, non ci consente molto di pensare, altrimenti la tecnica supera chi decide (soprattutto se chi decide, non conosce la tecnica)……
La crisi finanziaria e le forti speculazioni economiche, ci chiedono di dotarsi di un sistema che sia in grado di garantire posti di lavoro (ovviamente non è più pensabile l’ipotesi di staticità del posto del lavoro per tutta la vita), per trainare i consumi, tramite la salvaguardia del potere d’acquisto.
Le caretteristiche del lavoratore di oggi sono quelle di un Jolly, capace di adattarsi ai mutevoli cambiamenti del mercato, capace di orientarsi a nuovi stimoli, e perchè no, di svolgere anche lavori con mansioni diverse……..
Sarò criticato da molti per quello che sto scrivendo (in primis dall’amico fraterno Daniele), ma piaccia o no, sono i numeri che parlano e che ad oggi ci dicono che la favola del posto fisso, non regge più….
Certo è che per forgiare queste caratteristiche, il lavoratore ha bisogno in primis, di una adeguata preparazione (fin dai primi giorni di scuola), e poi della consapevolezza di essere parte di un sistema estremamente mutevole e instabile (non per questo catastrofico).
Sono obiettivi di adattabilità che vanno promossi, garantendo tutele a Tutti, a chi è fuori dal mercato e che per colpa delle troppe e antiche regole, ha la strada sbarrata, perchè fa 40 concorsi senza rendersi conto che forse non ha neanche partecipato……
Il lavoratore flessibile, quello che ha una preparazione di base adattabile a vari contesti, e che specializzandosi, promuove,  inventa, crea a sua volta idea, e magari posti di lavoro.
Ad oggi sono i servizi (di ogni tipo) che trainano l’occupazione, e le forme che consentono l’occupazione in questi settori non possono che essere flessibili (vedi la giusta reintroduzione del lavoro a termine).
Solo lavorando di più poi si riesce ad ottenere di più, sia in termini di produttività che di salario (giusta allora la norma sulla detassazione dello straordinario con l’imposta sostitutiva del 10%).
Mi sembra quindi che a livello normativo siamo sulla retta via, almeno per ora….
Certo c’è stagflazione (inflazione accompagnata da bassa crescita), che non ci consente di alzare la testa, ma non possiamo perdere l’entusiasmo e la speranza, soprattutto nei giovani, altrimenti il paese si ferma ancora di più.
Chissà se questa e la retta via, chissa se riusciamo a venirne fuori, promuovendo relazioni sindacali partecipative e non più basate sullo scontro…..chissà se ci si rende conto che l’associazionismo sindacale sta perdendo quota, e che occorre abbassare i toni per promuovere, incentivare, scommettere!!!!!!!
Chissà se il disegno riformatore di Marco Biagi sarà finalmente portato a termine………..
Un saluto cari lettori, sperando che parecchi di voi non siano d’accordo con ciò che ho scritto!!!!!!
 
GIORDANO RAPACCIONI

28 Giugno 2008

LA GRANDE CRISI

Archiviato in: 3 - Economia & Lavoro — admin @ 15:17

E’ tanto che non scrivo articoli sul blog di Daniele.
Questo mio ritardo è un’attesa voluta e dovuta, in un periodo di forte instabilità economica e sociale.
Ho atteso le prime manovre del Ministro Tremonti, i primi orientamenti, ho aspettato che le acque si calmassero dal punto di vista sociale ed economico, ed ora sono qua a trarre le conclusioni.
Gli economisti del resto preferiscono sempre guardare al long term, lungo termine per fare attente valutazioni (anche se il maestro Keyness avrebbe detto “nel lungo periodo siamo tutti morti”), e mettere in atto i dovuti provvedimenti.
Il lungo termine è comprensivo delle aspettative degli operatori e si basa sul trend di fondo che ovviamente va “depurato” dagli aspetti contingenti.
I campanelli di allarme avvertiti nei miei recenti articoli, si sono tramutati in spavento, paure, ansie…..
Non ultimo lo sciopero dei Pescatori di tutta Europa (dovuto al caro gasolio), i vari scioperi del servizio pubblico, i Dati Istat sui consumi degli italiani, la polemica sugli assetti contrattuali e sul tasso di inflazione programmata.
Non è mio compito, spaventare chi legge, ma se sul Sole 24 Ore, uno studioso premio Nobel (Solow), parla di stagflazione (cioè inflazione accompagnata da crescita zero), in tutto il mondo, qualche riflessione va fatta.
Partiamo dagli Stati Uniti, dove la Fed sta tagliando di nuovo  i tassi d’interesse, per paura dell’inflazione, per arrivare in Europa ed in Italia, dove la crisi del prezzo del Petrolio, sta comportando forti disagi ai trasporti, ai servizi, alle imprese.
Non si riesce a trovare un punto di equilibrio, una situazione dalla quale ripartire, perchè siamo in un vortice che non ci consente di alzare la testa.
Del resto, quando si parla di stagflazione, la prima cosa a cui si pensa (e questo Tremonti sembra averlo capito) è il ridimensionamento della spesa pubblica, per ritornare alla crescita economica.
Alta inflazione, con bassa crescita e bassa occupazione, significa recessione, perchè di solito l’inflazione aumentando la massa monetaria nel mercato, traina i consumi, gli acquisti, la produzione, ma ad oggi l’aumento generalizzato dei prezzi, è accompagnato da una paurosa caduta della domanda aggregata (sembra di smentire Keyness, cosa che non vorrei mai fare…), per questo le politiche in Europa tornano ad essere di contenimento.
Oggi torna a spaventare come non mai, il fenomeno dell’inflazione, proprio come fine anni ‘80e inizio anni ‘90, fenomeno che sembrava superato (ecco l’importanza del lungo termine).
E questo sta ripercuotendosi anche dal punto di vista degli assetti contrattuali, con la Confindustria ed il Governo che fissano l’inflazione programmata (il parametro di riferimento della crescita dei salari) all’ 1,7 %, quando l’Istat e l’Eurostat, annunciano altri dati sul livello dell’inflazione (3,1 e 3,7%).
Questo significa che i salari non terrano il passo dell’inflazione reale (3,7%), con una conseguente perdita del potere d’acquisto per i prossimi anni del reddito.
Aggiungiamo l’inerzia e la responsabilità delle parti sociali, fermi con il rinnovo del contratti nazionali (vedi il pauroso ritardo del CCNL del COMMERCIO, scaduto nel 2004)…con i sindacati che si meravigliano del perchè, i dati sul tesseramento sono in calo!!!
Reddito che oggi è ancora tartassato dal costo del lavoro, dalla fiscalità ancora troppo alta, reddito definirei “di sussitenza”, proprio come quando la crisi tocca l’apice.
Ancora, i dati sul tasso di sostituzione delle pensioni nel 2040 attorno al 35%, a cui si accompagna il tardo ingresso nel mercato del lavoro dei giovani.
La scarsa fiducia nei confronti della necessaria previdenza complementare (cosidetto terzo pilastro), comporterà pensioni da “fame”, se si pensa che con il metodo contributivo (pensioni legate a quanto si versa realmente), i tassi di sostituzione (rapporto tra ultima retribuzione e prima pensione) si è notevolmente ridotto.
Ecco allora che speri nel Dpef, nel Governo, che parla anch’esso di forte crisi e taglia di nuovo la spesa pubblica, e cerca di limitare i danni, cosciente del disamore della gente nella politica, ma continua ad aumentare la pressione fiscale (Vedi il Dpef).
Allora cari amici, come diceva un vecchio saggio in una nota canzone, non pensiamoci più, perchè in fondo “questo è il paese do sole, questo è il paese do mare”.
 
RAPACCIONI GIORDANO

20 Maggio 2008

LA RIFORMA DEGLI ASSETTI CONTRATTUALI

Archiviato in: 3 - Economia & Lavoro — Tag:, , , , — admin @ 12:49

Il protocollo del Luglio 1993 che ha rappresentato un punto di svolta nelle relazioni industriali, sembra, ad oggi essere rimesso in discussione, dalla nuova piattaforma unitaria presentata dai 3 sindacati confederali “maggiormente rappresentativi”, che propone la durata triennale dei contratti collettivi nazionali, per la parte economica e per la parte normativa.
Si arriva a questa decisione, dopo molti anni di dibattito accademico intorno a questa proposta, che ha come punto principale, la riorganizzazione dell’intero sistema di relazioni industriali, connesso con la semplificazione (aggregazione) dei contratti collettivi nazionali (oggi più di 400)………
Più spazio quindi alla contrattazione decentrata collettiva (territoriale e/o aziendale), maggiore flessibilità del livello del redditto connesso agli incrementi di redditiività e produttività, uno sguardo verso la riduzione dei tempi in attesa dei rinnovi contrattuali (pensate che ad oggi 2 milioni di lavoratori del settore commercio) attendono come “miracolo” il rinnovo contrattuale scaduto nel 2001!!!!!!
Ma c’è di più: il concetto di inflazione “concordata” o “realisticamente prevedibile” tra le parti sociali, come variabile presa in considerazione, che dovrebbe permettere il recupero del potere di acquisto del reddito (in particolare del reddito da lavoro dipendente che dal 1993 ha subito l’erosione più forte, rispetto sia ai redditi d’impresa che ai redditi da lavoro autonomo).
Troppa infatti la distanza tra il concetto di “inflazione progammata” (a cui secondo gli accordi del 1993 si faceva riferimento per i rinnovi del biennio economico) ed “inflazione reale” (di gran lunga sempre superiore).
Troppi, anche i ritardi dei rinnovi contrattuali, con la famosa Indennità di vacanza contrattuale (l’istituto che entra in gioco quando i contratti scaduti tardano a trovare un rinnovo) che ha avuto un applicazione costante e generalizzata.
Si passa quindi, secondo la piattaforma Cgil, Cisl, Uil ad una durata triennale per quanto riguarda sia la parte economica, sia la parte normativa (mentre fino ad oggi la parte normativa aveva durata 4 anni, e per la parte economica veniva previsto un doppio biennio).
Un riassetto che dovrà favorire la tanto osannata contrattazione decentrata (territoriale o aziendale), legandola ad incrementi di produttività, di redditività, di qualità.
Un cambiamento culturale, che porta il sindacato a riflettere sull’esigenza di adeguare la struttura della contratazione collettiva, al cambiamento economico che il nostro Paese sta attraversando.
Del resto il Protocollo del ‘1993, ha avuto grandi meriti (lotta contro l’inflazione, abbattimento del debito pubblico, riduzione del tasso di discoccupazione),in un tempo in cui c’era la reale esigenza di attuare politiche antinflazionistiche e di contenimento.
Ma ad oggi, con i livelli salariali più bassi d’Europa, con un ritardo enorme nel rinnovo dei contratti, quello schema del ‘93 sembra superato e obsoleto, soprattutto perchè non risponde più alle contingenze economiche.
La volontà della Cgil di sottoscrivere l’accordo (anche se la Fiom non è ancora tanto convinta), dimostra l’esigenza di adottare un sistema di relazioni industriali, innovatore ma allo stesso tempo assai flessibile, dove le relazioni partecipative sostituiscono il conflitto.
Un grande sforzo quindi che lascia il contratto collettivo nazionale a tutela del potere d’acquisto, ma che sposta il nucleo della contrattazione nell’azienda (dove realmente si produce ricchezza) o nel territorio.
Non possiamo più aspettare, la concorrenza degli altri Paesi, ci taglia fuori, e la crisi ci spinge in un vortice dal quale non ne usciamo fuori.

Giordano Rapaccioni

22 Aprile 2008

UNA NUOVA POLITICA ECONOMICA

Archiviato in: 3 - Economia & Lavoro — admin @ 15:14

 

Il risultato elettorale, che vede nettamente sconfitto la Sinistra Arcobaleno ed il centro sinistra, ha portato già alcuni studiosi ha percepire ed immaginare gli effetti delle nuove mosse di politica economica che effettuera il Governo Berlusconi.
Il nuovo schieramento, sarà sicuramente orientato ad un’azione di governo conservatrice soprattutto per quanto riguarda i provveddimenti da adottare.
Non è un caso se su tutti i giornali si parla di adottare il “modello francese”, che a quanto pare non ha dato però i suoi frutti nel tempo.
Andiamo per gradi: la detassazione sullo straordinario.
Ci sono scuole di pensiero, che ritengono che lavorare di più aumenta la produttività, ed altre che lavorare di più, toglie occupazione agli altri (sono soprattutto i sindacati maggiormente rappresentativi ad avvalorare questa tesi).
Le stime economiche Ocse ed Eurostat (vedi anche l’articolo di Carlo dell’Arringa sul sole 24 ore di ieri), confermano che effettivamente il numero extra di ore, in aggiunta alle 8 giornaliere, possa aumentare la produttività del lavoro, consentendo di sfruttare a pieno la capacità produttiva del sistema ed in particolare del capitale fisso (macchinari).
D’altra parte, la seconda ipotesi (l’aumento delle ore extra, abbassa il livello di occupazione), non è fondata, anzi, se si prendono ad esempio i cugini francesi con l’introduzione della legge sulle 35 ore, si può notare che quest’ultima ha avuto l’effetto opposto, essendo il tasso di occupazione francese, quasi in linea con quello italiano.
Detta così, sembrerebbe che la detassazione dello straordinario, sia la panacea di tutti i mali, ma l’analisi economica, va a collidere con l’analisi del work-life balance (ossia i tempi di conciliazione lavoro-tempo libero).
Sicuramente se si sceglierà come prima mossa la detassazione del lavoro straordinario (che porterà in media 800 euro in più netti nelle tasche dei lavoratori), si fa anche un’analisi discriminatoria nei confronti del lavoro delle donne, che usufruiscono di questo strumento in maniera marginale.
Altro dato da inserire nell’analisi è la reazione delle parti socilali.Lo straordinario che per legge è consentito nelle 250 ore massime e nelle 8 ore extra settimanali è regolato nella maggior parte dei casi dalla contrattazione collettiva di secondo livello (che in Italia si attesta intorno al 25%), quasi a dimostrare un inerzia delle parte sociali che dovranno a questo punto agire sulla regolamentazione di questo istituto.
Da ultimo, non per ordine di importanza, l’attenzione va posta all’emergenza evasione fiscale, proprio perchè l’aumento di lavoro extra potrebbe essere usato a dismisura dai datori di lavoro, anche mascherandi aumenti di lavoro extra fittizzi (non essendo soggetti a tasssazione).
Come dire, per guadagnare di più, dobbiamo lavorare di più, (e questo mi convince), ma si rischia di abusare dello strumento, incorrendo nei problemi accennati.
Secondo tema: federallismo fiscale.
Il successo della Lega (non del Pdl), accellererà il tanto amato federalismo fiscale, ossia la capacità di Regione, Enti locali, di imporre tasse proprie e di spalmare tutte le entrate sul proprio territorio (lasciatemi passare la definizione da Bar dello Sport).
Ora, uno studio Isae, dimostra come non tutte le imposte possano essere usate e tarate a livello locale, perchè qiesto altera di molto la concorrenza tra terrirori.
Immaginate che domani, la Lombardia o il Veneto decidono di stabilire l’Irpef al 5%, cosa succederebbe al mercato del lavoro?Ci sarebbe l’esodo di masse di lavoratori dal Centro-Italia e Sud verso il Nord.
Del resto ce lo insegna il noto economista Musgrave che la redistribuzione delle risorse debba essere decisa a livello nazionale, onde evitare problemi di concorrenza.
Prendiamo un’altra imposta, questa volta indiretta, l’Iva.
Gli studi economici dimostrano che ovviamente più il territorio di riferimento, dove l’imposta viene modificata, è circoscritto, più i consumi e gli scambi vengono alterati, perchè la massa dei consumatori, “correrebbe” a fare compere verso quel territorio.
Questo per dire che non tutte le imposte possono essere usate per assecondare le esigenze federalista, pena la perdita di competitività dell’intero territorio nazionale.
Verò è che, la ripartizione delle risorse, che nel tempo sono state ripartite a pioggia,su tutto il territorio attraverso i criteri della “spesa storica” o del numero dei cittadini (Y/N), vanno rivisti, così come l’Ente locale va responsabilizzato per evitare l’eccesso di spesa che molto spesso porta all’indebitamento (vedi Civitavecchia).
Le imposte di scopo, invece mi sembrano lo strumento per attivare un principio semi-federalista che potrebbe aiutare le Regioni ed i Comuni, e valorizzerebbe i territori.
Insomma ci sarebbe da scrivere per ore…………staremo a vedere cosa succederà!!!

RAPACCIONI GIORDANO

8 Aprile 2008

PRODUTTIVITA’ , LAVORO,RECESSIONE..DA DOVE COMINCIARE?

Archiviato in: 3 - Economia & Lavoro — admin @ 09:45

 

L’enorme stato di crisi e di stati dell’intera economia italiana, sembra andare di pari passo alla fase di congiuntura negativa che sta attraversando l’Europa intera.
Per la prima volta dopo molti anni (dal lontano 1929) si registra anche una involuzione del sistema “Stati Uniti”, colpiti anche loro dal malessere economico (vedi ultimi dati Ocse sui redditi americani)….
Le scelte delle grandi banche, su tutti Bce (per l’Europa) e Fed (per gli Stati Uniti), sono scelte in linea con un politica monetarista Fridmaniana (dal fautore Milton Friedman, esponente di punta degli anni ‘80), tesa a controllare l’inflazione che sta strozzando l’economia di tutti i Paesi, aggravata dal peso della componente materie prime ed alimentari.
Si fa fatica così a tagliare i tassi d’interesse per dare ossigeno all’economia, alimentando con dosi di liquidità il sistema, per poter far ripartire la giostra…..
Di conseguenza i tassi d’interesse  continuano ad aumentare aggravando la posizione debitoria che affligge la società post industriale, “schiava” del credito e del prestito, e lontana da quel consumo di massa che sembra un ricordo dei lontani anni ‘70.
E pensare che durante la campagna elettorale si sente parlare spesso di rilanci, miracoli economici (curioso lo slogan “rialzati italia”)….e c’è ancora chi parla di produttività, usando il termine impropriamente e confusamente.
La produttività, non è un dogma di fede, ma va distinta, approfondita, ed è meritevole di un’analisi specifica.
Innanzitutto esiste la produttività totale dei fattori (quasi impossibil da misurara) e la produttività del lavoro (Y/L dove per Y abbiamo il Pil ed L il numero delle ore lavorate).
Ora, nel periodo che stiamo attraversando entrambe le variabili sono negative, con la conseguenza che il prodotto finale (la produttività) non può che essere anch’essa negativa.
Ora, e questo il punto più discusso, qual’è la variabile da cui partire per far decollare la produttività?
Non c’è  a mio modo di vedere una soluzione scontata, ne si possono far pronostici o tanto meno parlare ed illudere le persone con risultati futuri certi.
Tralasciando i fattori esterni (le economie mondiale, i tassi di cambio, le aspettative degli operatori economici), che vano comunque analizzati per un esame più preciso ed accademico, possiamo affermare che Y/L va scomposto a sua volta ulteriormente.
Prendendo il fattore “lavoro”, il dato va analizzando scomponendo la qualità del fattore stesso, le condizioni del lavoro, il numero delle ore morte (in cui ad esempio si è sul posto di lavoro, ma non si lavora), la tipologia di lavori (manuali, più facili da quantificare ed intellettuali, che danno un output più impreciso e difficile da misurare), la durata dei rapporti di lavoro.
Una volta analizzato il fattore L, passando ad Y, come primo dato da analizzare sicuramente, nella situazione odierna, io metterei i redditi dal lavoro dipendente, capaci di aumentare e trainare i consumi per il rilancio del sistema “Paese”.
Ed ecco quindi che il reddito, intesa come variante discriminante è capace di far salire il rapporto Y/L, quindi la produttività del lavoro, ma sulla variabile L, le sacche di inefficienza debbono essere eliminate, soprattutto attraverso una riqualificazione e riorganizzazione del sistema pubblico, orientato a criteri meritocratici e di incentivi.
Così come ancora c’è bisogno di una riforma completa del mercato del lavoro, rendendo occupabili quei posti di lavoro, in cui si annidano sacche parassite generazionali.
L’analisi ovviamente risulta ancora “grezza” (non si può non considerare infatti il contesto esterno), ma rende, almeno spero, idea sulla complessità di un tema usato in questa campagna elettorale da tutti i candidati, i quali non si soffermano mai a spiegare cosa sia la produttività e quali sono i metodi per incrementarla.

GIORDANO RAPACCIONI

4 Marzo 2008

L’ ABBROGAZIONE DELL’ARTICOLO 18

Archiviato in: 3 - Economia & Lavoro — admin @ 23:23

In questa campagna elettorale dai toni molto moderati e poco “sinceri” dove già cominciano a intravvedersi proposte da circo e mai realizzabili (vedi l’ultima sull’abrogazione Ici), un tema molto vivo, merita attenzione: l’abrogazione dell’art. 18.
Non sono certo un estimatore del Pd, ma il vantaggio competitivo che questo partito può avere sulle altre coalizioni, a mio avviso deriva proprio sui temi del lavoro.
Aver candidato tra le fila il Prof. Ichino è la dimostrazione di un segnale di processo “riformatore” sui temi del mercato del lavoro, di cui l’Italia ha bisogno per uscire dal contrasto insider-outsider (lavoratori protetti) e (lavoratori al margine) che blocca il flusso nel mercato del lavoro e ci classifica agli ultimi posti in Europa.
Come ripeto l’articolo non è campagna elettorale a favore del Pd, ma è un elogio alle scelte coraggiose e riformiste di cui un paese civile ha bisogno.
E allora mi viene in mente l’operato illustre dei vari Marco Biagi e Massimo D’Antona “colpevoli” di aver cominciato un percorso di riforme europeista che ci avrebbe portati lontano, se l’operato di questi cari personaggi non sarebbe stato infranto dalla mano violenta di persone inqualificabili.
L’esperienza che sto facendo nel campo lavorativo, mi porta molte volte a riflettere sulla legittimità di certe norme “assurde” che non tutelano nessuno (nè datore, nè lavoratore), ma si colorano di un “rosso” corporativo incapace di arrecare vantaggi al mercato del lavoro e al lavoratore.
La tutela reale, ossia la reintegra sul posto di lavoro alle aziende superiori ai 15 dipendenti per l’illegittimità del licenziamento ha effetti rilevanti sul tessuto produttivo italiano fatto per l’80% di Pmi (piccole medie imprese) e aggrava il contrasto tra coloro che sono dipendenti di imprese sotto la soglia dei 15 che non godono di tale stabilità e pertanto hanno la possibilità di monetizzare il licenziamento (col pagamento da 2,5 a 6 mensilità nel caso di licenziamento illegittimo).
Certamente non concordo affato con l’estensione dell’art 18 anche alle imprese sotto i 15 dipendenti, ma mi schiero a favore di una monetizzazione ampia per i casi di illegittimità di licenziamenti anche sopra i 15 dipendenti.
Si possono considerare altre soluzioni, come il cosidetto contratto unico a tempo indeterminato (dove è prevista in una prima parte la monetizzazione del licenziamento anche per le aziende superiori ai 15 dipendenti e in un secondo momento, dopo i tre anni, l’applicazione dell’art 18.)
L’importante è che si inizi a parlare di certi temi o meglo, si ricominci a parlare di certi temi, valutando la possibilità di considerare scelte alternaive (che vanno comunqe concertate tra parti sociali e Governo), e soprattutto che si contemperi la libertà di iniziativa economica di cui all’art. 41 Cost, con la tutela al lavoro.
Certamente estendere la tutela reale alle imprese sotto la soglia dei 15 dipendenti (immaginiano l’artigiano che si mette in proprio dopo una vita da lavoratore dipendene, o il negozio alimentari sotto casa, o il calzolaio….) non aiuta nessuno e limiterebbe solo la concorrenza tra imprese e lavoratori, perchè ripeto in questo Bel Paese il tessuto produttivo è costituito per l’80% da Pmi, che non sono nè la Fiat, nè l’Enel, nè la Telecom,nè Poste italiane, per cui i diritti dei lavoratore di queste grandi aziende devono (così è scritto nella Costituzione) essere uguali o meglio dovrebbero essere uguali ai lavoratori del negozietto sotto casa.
Ma, almeno di questo dobbiamo prendere atto, il calzolaio, l’alimentari o l’artigiano, non hanno i mezzi finanziari per pagare i costi abnormi che derivano dall’applicazione dell’art.18.
Per cui l’atteggiamento di una parte della classe politica fiera di estendere l’art 18 a tutte le aziende, pare a chi scrive, una scelta scellerata e irrazionale, mentre molto più apprezzabile è un percorso che avvicina i lavoratori di piccole e grandi aziende, scegliendo scelte tipo una monetizzazione del licenziamento illeggittimo molto consistente (sicuramente inferiore a quella derivante dall’art. 18).
Detto questo la candidatura di certi personaggi al Pd non può che portare un vantaggio competitivo di cui le altre parti politiche non possono non tenerne conto in relazione alla vittoria finale.
Quindi voterei sicuramente il Pd se si trattasse solo delle scelte in materia di lavoro, perchè sembra per il momento quello in linea con il progresso ed il cambiamento tecnologico, e quindi capace di affrontare quelle che qualcuno chiamava “scelte coraggiose”.
Visto che comunque questo è un punto importante, ma l’unico che mi induce a schierarmi, per il momento sono molto confuso e forse la scelta più saggia questa volta è il “non-voto”.
Anche perchè questo sorridente partito confonde i temi etici, mischia ideologie discordanti e lontane, quindi non convince…
Peccato perchè bastava uno sforzo (rilevante) da parte della sinistra arcobaleno a convincermi, ma questo non avverrà mai, e condannerà il futuro di questa coalizione per i prossimi anni!!
 
RAPACCIONI GIORDANO

10 Febbraio 2008

Un modello comune di flexicurity…..

Archiviato in: 3 - Economia & Lavoro — admin @ 22:42

Il dibattito sul modello di flessicurezza (flexicurity), pone l’enfasi sulla ricerca di un “modello unico”, da adottare in tutti i Paesi europei.
Così come dimostra il Libro Verde della Commissione europea, sulla modernizzazione del diritto del lavoro, occorre garantire quelle dosi di occupabilità ed adattabilità che garantiscono al lavoratore il passaggio da un lavoro all’altro all’interno del sempre più articolato e complesso mercato del lavoro.
Quello che ci richiede l’Unione europea è l’attenuazione del tasso di dualità che affligge il nostro mercato del lavoro, caratterizzato da un accentuanzione tra insider ed outsider (coloro che si trovano ai margini del mercato come donne,giovani, over 50) che subiscono il cosidetto effetto revolving door (porta girevole).
Gle Stati europei stanno recependo ed uniformandosi al modello danese (chi più, chi meno), che come ho già precisato nei precedenti articoli, è caratterizzato da un alto tasso di flessibilità, morbidi regimi di protezione all’impiego, alto tasso di occupazione e di garanzie al reddito (chi perde il lavoro  gode di un sussidio di disoccupazione del 90% per i 4 anni a seguire).
Così facendo una panoramica a 360° su tutti i paesi europei, si può notare con un ampio senso critico, come il nostro mercato, sia ancora afflitto dalla “paura di cambiamento” e logorato dalle tante inefficienze.
Cominciamo il giro dei paesi europei: la Finlandia offre la possibilità ai lavoratori che sono stati impiegati per almeno tre anni di scegliere se aderire o meno al “Programma di sicurezza nel cambio di lavoro” che offre sussidi in cambio di una ricerca attiva di un nuovo lavoro, prevedendo degli obblighi di informazione da dare ai centri per l’impiego.La persona che si rifiuta sistematicamente di accettare le misure proposte dall’ufficio di collocamento o di fornire le informazioni al centro perde il diritto all’indennità di disoccupazione.
In Germania il pacchetto di riforme ideate da Hartz prevede una organizzazione più efficiente per il collocamento al lavoro, fatto di Job centre decentrati e agenzie interinali; l’eliminazione di vincoli legislativi e la semplificazione dei “mini-jobs” (part-time a regime ridotto); il finanziamento di nuove forme di lavoro autonomo per i disoccupati (micro-imprese); l’unificazione del sistema di assistenza per i disoccupati che prevede il 60% dello stipendio percepito precedentemente.
In Gran Bretagna vige invece l’idea di considerare il settore privato più efficiente del pubblico e quindi di dare la possibilità al mercato di coordinare al meglio l’incontro tra domanda e offerta di lavoro (ottica workfarista).
Non ultima la Francia introduce il tanto discusso divorziono consensuale (”Rupture conventionelle), per la quale si incassa l’indennità di disoccupazione (che invece si perde in Francia in caso di dimissioni), garantendo la portabilità di alcuni diritti del dipendente uscito dall’azienda: diritto alla formazione, al ricollocamento e assistenza sanitaria complementare.
Certo è che in Italia, dal punto di vista delle politiche di occupabilità siamo lontanti anni luce, e mi sento di avvalorare la tesi di Treu, quando sostiene (vedi il Sole 24 ore di Mercoledì 6 febbraio) che “la nostra pubblica amministrazione purtroppo funziona a macchia di leopardo, per cui andare a Trento, Bolzano, Modena, è come andare in Danimarca, mentre il Sud (dove le politiche di workfare servirebbero molto di più) è ancora troppo carente.
Come prima mossa da fare è garantire (come è scritto sul Protocollo del Welfare), la ristrutturazione dei Servizi all’impiego, consentendo loro di svolgere al massimo la funzione di intermediazione tra domanda e offerta del lavoro, perchè chi perde il lavoro non può e non deve aspettare il canale informale (amici, parenti, conoscenti), solamente perchè questo canale (a costo zero), non garantisce nè il mantenimento di professionalità, nè la sicurezza sul suo arrivo (molti non hanno conoscenze, e/o amici, parenti che possono “trovargli” lavoro).
Quanti si rivolgono al Centro per l’impiego oggi?Quanti conoscono la differenza tra Centro per l’impiego e ufficio collocamento?
Quanti conoscono la logica di servizio e i vari decreti?
Garantire occupabilità significa investire (soldi veri) in politiche che consentono il mantenimeto e il rafforzamento di quelle professionalità che il lavoratore possiede, ma non può sfruttare perchè ha perso il posto di lavoro….mentre non significa soltanto (e lo ribadisco), tutelare il lavoratore solo perchè sta già dentro al mercato, garantendogli il posto all’infinito!!!!
Come fare questo?Ci sono mille modi, c’è bisogno solo di scelte coraggiose, che garantirebbero alla generazione “mille euro”, di essere parte del sistema, alle giovani ragazze del Sud, un futuro in linea con le loro coetanee del Nord, agli over 50 di ricollocarsi in quella fascia del ceto sociale di cui godevano fino a pochi anni fa…..
Il treno europeo è gia partito, questa volta prendiamolo anche noi!!!!

Rapaccioni Giordano

2 Febbraio 2008

L’economia a confronto con la politica.

Archiviato in: 3 - Economia & Lavoro — admin @ 11:57

 

Da sempre ho sostenuto l’opportunità per migliorare le sorti dell’economia di implementare governi tecnici, dove ai capi dei ministeri ci siano persone “esperte” nel settore, a cui si aggiunge una lunga esperienza, coronata da eccellenti curriculum.

Oggi come non mai, ho sentito la necessità di scrivere e ribadire le mie posizioni in merito, proprio perchè, è proprio oggi che la “politica” (e soprattutto certi politici non servono più), è stata superata di gran lunga dalla tecnica, o meglio per dircela alla Galimberti, la “politica è diventata retorica perchè non regge più il confronto con la tecnica”.

Le crisi di Governo, derivano proprio da questo, cioè dal fatto che come sostenevano i vecchi e saggi economisti della scuola di pubblic choice, l’interesse del politico e/o del burocrate di ampliare il suo rendiconto personale, crea distorsioni abnormi sul resto della collettività.

Mi direte voi: si, ma queste cose ci sono sempre state…..Vi rispondo io avete ragione, ma nei tempi che furono (prima repubblica, avvento della seconda), la tecnica era molto diversa, ossia ancora la politica teneva il passo con il progresso tecnico, seppur con le sue difficoltà.

Detto ciò sorgono mille domande: tipo perchè Caio è Ministro della Giustizia, o perchè Sampronio, sia Ministro dell’Ambiente, oppure perchè Tizio sia a capo di un Ministero dello sport (ammesso che ci sia la necessità di un tale Ministero)!!!!

Chi crede nell’economia e chi è appassionato e cultore dellla materia, dal resto ha appreso con grande entusiasmo, all’indomani della caduta del Governo, la notizia che almeno i conti pubblici italiani stanno tornando in linea con lo standard europeo, che si sta rientrando seppur con un debito pubblico superiore al 100%, nei parametri di Mastricht (deficit è fermo al 2,2%), che l’avanzo primario (ossia quelle risorse che finanziano il debito pubblico), si sia rimesso a camminare…..Come dire che a parte l’affermazione che non perdoneremo mai del Ministro Padoa Schioppa sui “bamboccioni”, a me pare che l’unico Ministero che si sia salvato in questa breve legislazione sia proprio quello dell’economia (vedi anche le affermazioni dei più grandi Almunia (Ue) che quando si augura che l’Italia possa continuare nella linea di Padoa Schioppa)….

Altrettanti risultati positivi arrivano dal recupero dell’evasione fiscale, grazie all’operato di Visco & company, che hanno creduto in certe scelte, (l’evasione fiscale era ai massimi nel 2000).

Certo il prezzo di questi grandi ed enormi risultati sono stati controbilanciati anche da aspetti meno positivi per i cittadini, come ad esempio la pressione fiscale vicino al 43% (anche questo risultato storico), che ha irrigidito il vincolo di bilancio degli italiani, ma che, pian piano come dalle dichiarazioni di Prodi all’inizio del 2008, sarebbe ovviamente stata abbassata, per far respirare e far ripartire l’economia.

E poi cosa succede? Grandi sacrifici, grandi manovre, e poi ti arrivano le intercettazioni, il caso M, la moglie del signor M, che si permette di spostare gli equilibri e far cadere il Governo….Cari amici questa è l’Italia, questa è la nostra politica, questi sono i nostri politici, che adesso cercano alleanze con altri, che chiedono subito le elezioni anticipate……

Ma in quel caso chi andremmo a votare? Ancora il signor M, allora le cose non cambieranno mai e l’Italia e “ricordiamoci” l’economia che nel fra tempo corre, va avanti e non aspetta elezioni, ne risente…

La tecnica aumenta, progredisce, i competitor sfruttano la situazione di debolezza, occorrono riforme strutturali che “non faremo mai”, i tassi di interesse aumentano strozzando ancor di più l’economia, perchè sono guidati dall’Ue (che per paura di spinte inflazionistiche non effettua tagli), i politici non se ne interessano, se ci provano, non ci riescono, perchè non sono “tecnici”, non sono in grado di capire quello che sta succedendo loro.

Allora cari amici, la politica a che cosa serve, se le scelte sono OBBLIGATORIAMENTE dettate dal progresso e dall’economia?

Per questo la gente non ci crede più, proprio perchè ha capito che arrivati a questo punto i “vertici” non possono fare più nulla, ma aggiungo io, i “vertici politici” e non quelli tecnici…Ad esempio che cosa sarebbe successo in Campania se a capo o della Regione ci fosse stato veramente un capo tecnico nella materia, capace di trovare soluzioni alternative o sostituibili, per evitare quella “tragedia” di cui tutti ce ne vergognamo?

Notate bene, non mi si venga a dire che i politici sono contorniati già dai tecnici, perchè la capacità di quest’ultimi, viene soppressa dall’interesse supremo ed egoistico della classe politica.

Il mio sfogo, che mi auguro porterà reazioni nel lettore, è la conferma di ciò che ho sempre sostenuto, e la conferma di scegliere l’economia come scienza suprema, che va curata, controllata, anche al prezzo di fare grandi sacrifici (come l’alta tassazione in questi due anni), affinchè aumenti il benessera della collettività, (anche non necessariamente nel breve periodo).

So bene, che qualcuno si sentirà pizzicato dalle mie dichiarazioni, come so bene che adesso si tireranno in ballo, i tempi in cui la politica è riuscita ad ottenere grandi risultati, quando cioè sapeva parlare alla massa, entrava nelle case della gente, quei tempi che mi racconta mio padre, mio nonno, quei tempi “tanto cari”, in cui l’economia però era diversa, non c’era quel progresso e quella tecnica che rischia se non governata di “tagliarti fuori” e gettarti nel baratro….

Quei tempi che vedevano la grande forza del sindacato (con illustri nomi), quei tempi in cui vorremo tutti me compreso ritornare, quei tempi che sembrano lontani anni luce, ma che ogni volta ricordiamo con grande nostalgia.

Certo nessuno, per parlare di relazioni sindacali, in quei tempi, avrebbe pensato di non concertare certe scelte (vedi i 1400 euro elargiti da Della Valle ai propri dipendenti), disintermediando il sindacato, non coinvolgendolo nella contrattazione!!

Ma l’economia, sempre e solo Lei, cambia a livelli esponenziali, il progresso tecnologico, impone di fare certe scelte…e i politici intanto stanno alla finestra, preoccupati di non perdere la propria poltrona!!

Rapaccioni Giordano.

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