Daniele Perello

20 Gennaio 2008

Famiglie in crisi……….

Archiviato in: 3 - Economia & Lavoro — admin @ 13:32

 

Dagli ultimi dati Istat emerge un elemento scioccante:la maggior parte delle famiglie italiane (al netto delle differenze tra Nord e Sud), hanno un vincolo di bilancio sempre più restrittivo che non permette loro di affrontare spese impreviste, nè tanto meno di attuare una programmazione finanziaria per investimenti futuri.

Solo per dare alcuni numeri, in affanno sarebbe una famiglia su 7, e la metà delle famiglie vive con meno di 1900 euro.

Ovviamente le fasce più deboli restano gli anziani soli, i nuclei numerosi o quelli con un solo genitore.

Ma il problema italiano (storico) emerge dall’indice del Gini (che misura la concentrazione di reddito e le differenze di reddito tra il primo percentile della popolazione presa in considerazione e l’ultimo), che si attesta attorno ad un valore di 0,32 (rimasto quasi inalterato dagli anni ‘70), facendo del nostro Paese uno dei più diseguali d’Europa.

Ma c’è di più…..ad aggravare la situazione di diseguaglianza tra popolazione più ricca e popolazione più povera (ormai di ceto medio in Italia non se ne parla da anni), concorrono anche le differenza territoriali: il reddito mediano delle famiglie che vivono nel Sud e nelle isole è pari al 70% di quello delle famiglie residenti al Nord.

Il 38,1% delle famiglie residenti nel Sud Italia appartiene al quinto dei redditi più bassi (questa percentuale al Nord è pari al 10,9%), ed il 49,7% delle famiglie del Nord è benestante, con redditi alti e medio alti che fanno capo agli ultimi due quinti di reddito.

Ancora, a fine 2006, il 14,6% delle famiglie italiane ha dichiarato di arrivare con molta difficoltà alla fine del mese, mentre il 28,4% degli intervistati ha detto di non essere in grado di affrontare una spesa improvvisa di 600 euro.

Finito con i numeri (ce ne sarebbero altri, ma è meglio sorvolare….) veniamo alle osservazioni, sperando di far sorgere nel lettore l’interesse per l’argomento, affinchè possano nascere degli spazi per ulteriori domande, critiche, riflessioni.

La differenza territoriale tra Nord e Sud, sembra essere il male del secolo del Bel Paese, ma se si fa un’analisi storica delle condizioni del Nord, vediamo che anche quest’ultimo perde quota progressivamente dal punto di vista del benessere economico (nell’intero territorio nazionale il 50% dei nuclei ha guadagnato meno di 22.640).

Le cause quindi della crisi nazionale risiedono “tutte” nel problema dei salari e dei crescenti livelli di prezzi e tariffe, che nel lungo periodo fanno perdere esponenzialmente potere d’acquisto.

Sembra finalmente essersene accorto il Governo, che con 5 tavoli di concertazione con le parti sociali, nel mese prossimo, si occuperà del problema dei salari, del fisco, della produttività del lavoro (rapporto tra Pil/numero di ore lavorate).

Oltre agli sgravi sui redditi e pensioni, si discuterà anche della questione dei rinnovi contrattuali (vedi la problematica dei metalmeccanici), dei prezzi, delle tariffe e della sicurezza del lavoro.

Il mese di febbraio, quindi si annuncia veramente caldo, per le sorti dell’economia italiana, se si pensa che in Italia l’80% del Pil è prodotto dai consumi interni, e che il calo dei salari ha conseguenze devastanti sull’andamento della propensione al consumo delle famiglie e di conseguenza sul Pil della nazione.

Staremo a vedere………….

Rapaccioni Giordano 

7 Gennaio 2008

IL GIUSTO EQUILIBRIO TRA LIBERO MERCATO ED INTERVENTISMO

Archiviato in: 3 - Economia & Lavoro — admin @ 19:51

 

La dottrina economica ruota generalmente intorno a due teorie (ci sono poi diverse sfumature di ognuna di esse): la teoria classica che ha come padre Adam Smith e quella Keynesiana che auspica l’intervento dello Stato (sempre entro certi limiti), all’interno del settore economico.
Le due correnti si forgiano anche su degli assunti filosofici e morali molto discordanti e molto diversi tra loro: così se per gli autori classici la massimizzazione dell’interesse personale di ogni singolo individuo conduce alla massimizzazione del benessere collettivo, la teoria interventista presuppone che sia lo Stato l’ente “supremo” che tutela non la somma (attenzione) ma la “sintesi” degli interessi collettivo.
Senza voler annoiare i lettori dilungandoci con discorsi troppo complessi, si può notare come alla base delle teoria classica che attraverso il concetto dell’ottimo paretiano, secondo la quale non si può migliorare la situazione di un individuo senza peggiorare quella di un altro individuo (efficienza economica), ci sia sempre e comunque un peggioramento distributivo.
L’efficienza economica che quindi ritroviamo anche nei due teoremi del benessere (l’equilibrio concorrenziale è sempre un ottimo paretiano), si scontra inevitabilmente con l’equità.
Se infatti prendessimo due soggetti, uno poverissimo e uno molto ricco, e seguissimo a pieno Pareto ed il suo principio, si potrebbe arrivare all’efficienza economica anche trasferendo risorse dal poverissimo al ricco, con la conseguenza di un peggioramento distributivo.
D’altro lato l’equilibrio concorrenziale non si potrà mai verificare in presenza di quelli che sono i cosidetti fallimenti del mercato (beni pubblici, monopoli naturali, esternalità ecc…), che richiedono sempre e comunque un intervento dello Stato.
La concorrenza perfetta per il quale vale l’identità costo marginale, uguale al ricavo marginale,uguale prezzo, è dunque impossibile da realizzarzi e quindi l’operatore pubblico di volta in volta interverrà per evitare il fallimento di mercato.
Tipico esempio è il bene pubblico il quale ricavo marginale uguale a zero (ad esempio il singolo pedone quando passa sotto il lampione della luce non paga) non spinge il privato nella produzione di quel bene, oppure il monopolio privato dove invece il prezzo non è mai uguale al costo marginale, ma sempre superiore (nella condizione di monopolio si produce quindi una quantità inferiore a quella tipicamente concorrenziale ad un prezzo maggiore).
Ma la condizione più preoccupante alla base dell’economia classica ci viene proprio dall’individualismo che non richiede mai un confronto tra scelte interpersonali.
La condizione per cui la massimizzazione dell’interesse personale porta alla massimizzazione del benessere della collettività esclude quella fonte superiore che risponde al nome di Stato.
Ce lo diceva lo stesso Bentham, individualista puro secondo la quale anche se (su questo possiamo discutere) la massimizzazione dell’interesse individuale accresce la felicità, la felicità della collettività è accresciuta dalla redistribuzione delle risorse.
Se è vero che l’economia è anche una scienza morale (ed in questo siamo profondamente convinti) non possiamo tralasciare il ruolo dello Stato a tutela della collettività..
Siamo poi così convinti che la massimizzazione dell’interesse personale accresca la nostra felicità?
Se per accrescere il nostro interesse personale, andiamo contro l’interesse della collettività, a volte anche facendo scelte amorali, ci sentiamo davvero così felici?
Se per guadagnare mille euro in più, trascuro i figli, sono davvero così felice?
Se per intascare mille euro in più, faccio un torto al mio migliore amico, sono davvero così felice (anche se sto facendo una scelta coerente?)
Ecco dove l’economia si incontra con la questione morale e filosofica, ecco dove dobbiamo fermare a rifletterci, magari provando a dare anche soluzioni e risposte….
Certo in questo la classe politica deve stare attenta, perchè piaccia o no (a me no), è lei che fa certe scelte incidenti sulla collettività (anche se lo Stato non sarà mai la classe politica), e chi crede ancora nel concetto di collettività ha anche una morale, ed è per questo che non può accettare la “mano invisibile” di Smith e le concezioni del lassez faire!

GIORDANO RAPACCIONI

30 Dicembre 2007

UN ITALIA…A RATE

Archiviato in: 3 - Economia & Lavoro — admin @ 16:27

 

Sotto le feste natalizie capita spesso di aggirarsi per negozi e sentire la famosa frase: “non si preoccupi lei può anche pagare a rate, a partire dal mese di Giugno”.
Questo atteggiamento che già fa riflettere gli studiosi dell’economia deve lanciare un monito anche nella società civile.
La domanda che dobbiamo porci è la seguente: cosa sta succedendo a livello macroeconomico nel nostro paese, più in particolare cosa sta succedendo ai consumi, e come questi possono essere messi in relazione col vincolo di bilancio delle famiglie.
Il titolo di questo articolo sembrerà molto provocatorio, ma intende far capire quali sono i sintomi ed i segnali della crisi economica che sta attraversando il nostro paese, che avvertono le nostre famiglie, e che si maschera dietro la bolla del “credito al consumo”.
Ed ecco che l’analogia emerge, si fa pregnante, ci spaventa, soprattutto se pensiamo alla miseria in cui cadde il popolo americano in quegli anni che illuso dal credito al consumo, con i bassi salari elargiti dalle imprese, cadde in un vortice dalla quale uscì solamente 10 anni dopo.
La grande crisi del ‘29, era spinta dalla famosa legge dell’economista francese Say, secondo la quale è l’offerta che crea la propria domanda (come dire il nuovo bene, “tira” l’acquisto di un altro bene, che a sua volta incrementerà il consumo, svilupperà la produzione e quindi favorirà anche l’occupazione).
Tipicamente questa è la visione classica pura del ciclo economico, smentita da Keyness (secondo la quale è la domanda aggreagata che crea l’offerta), che portò le imprese americane e le famiglie in un vortice dalla quale uscirono dopo diversi anni.
L’idea alla base della legge classica era la seguente: l’eccesso di produzione e di produttività delle imprese, sarà riassorbito sul mercato attraverso il ribasso dei prezzi (deflazione).
Così anche se la produttività crecente dovuta alla sostituzione del lavoro dell’uomo con il lavoro delle macchine, tenederà ad espellere forza lavoro sul mercato (disoccupazione tecnologica), attraverso l’abbassamento del salario si riuscirà a riportare in equilibrio la domanda e l’offerta di lavoro.
In quegli anni nessuno si accorse, che le merci in sovraproduzione non potevano essere acquistate dai lavoratori perchè questi non avevano liquidità a disposizione; una voce fuori dal coro fu quella di Ford che affermò nel 1931 che “le macchine potevano essere acquistate solo se i lavoratori avevano la capacità d’acquisto, una capacità reale però, non fittizia”.
In quei tempi le imprese tentarono di correre ai ripari attraverso due armi, che si rivelarono fatali: l’operazione di marketing, per inventare “i bisogni dei lavoratori” ed indurli a credere che avessero bisogno proprio di quelle merci che le imprese non riuscivano a smaltire sul mercato (anche beni di lusso), ed il credito al consumo, per cui le famiglie si indebbitarono fino all’osso, fino al punto in cui il crollo del mercato azionario (il famoso giovedì nero di Wall Street), portò le famiglie stesse a ritirare tutti i loro depositi dalle banche, con la conseguenza che anche il sistema bancario entro in una recessione mai avvertita in un paese come gli Stati Uniti.
Tutto questo per dire che nei tempi in cui viviamo si notano delle analogie profonde con quell’epoca: oggi tutto si può acquistare tramite credito al consumo, tramite le famose “finanziarie” (che non sono quelle del Governo Prodi), e il male profondo dell’economia che strozza i vincoli di bilancio dei lavoratori che godono di bassi salari è proprio questo, ossia la crescente capacità di indebitamento anche su beni che non sono di prima necessità (elettrodomestici, televisori,telefonini ecc).
Altra analogia risulta essere quella delle operazioni pubblicitarie: non passa giorno che non sorge in noi, il “bisogno di acquistare qualcosa”, un qualcosa anche di non necessario, ma che se non acquistiamo, ci fa sentire come se stessimo ai margini della società.
Il pericolo cari lettori avvertito dalla critica della dottrina economica, si comincia anche ad avvertire nella società civile ed è per questo che il capo del Governo pone come punto principale dell’agenda del 2008 la questione salariale, perchè la capacità di acquisto e la domanda dei lavoratori per dirla alla Federico Caffè deve essere sempre reale e non fittizia (vedi la minaccia del credito al consumo!).

GIORDANO RAPACCIONI

17 Dicembre 2007

L’APPRENSIONE NEI RIGUARDI DELLA CINA

Archiviato in: 3 - Economia & Lavoro — admin @ 21:42

 

Il dollaro statunitense, considerata la moneta del secolo, per la sua forza sia a livello politico ed economico, sta perdendo punti in relazione all’euro.
Proprio il rafforzamento dell’euro rispetto al dollaro potrebbe essere la grande novità degli anni futuri,tant’è che oggi dalle colonne del Sole 24 ore, si legge che il premio Nobel Mundell considera l’indebolimento del dollaro “ai minimi storici”.
Ovviamente dal punto di vista della teoria economica, il rafforzamento della moneta euro non fa altro che peggiorare la bilancia dei pagamenti (in quanto peggiora il saldo delle esportazioni nei confronti dell’area americana).
Tuttavia il dollaro resta ancora la moneta del secolo…ma non si può non essere orgogliosi da cittadini europei dello straordinario sviluppo dell’euro, anche considerando che la bilancia commerciale (almeno per ora) resta in equilibrio e le esportazioni continuano ad aumentare.
L’unione europea sembra poi essere poco preoccuapata del dollaro, visto che ad oggi quello che fa più paura agli analisti economici, non è tanto l’economia americana, che resta ancora in termini di forza la prima economia del mondo, ma la straordinaria ascesa del colosso cinese.
Dagli ultimi dati a disposizione si legge che il surplus commerciale cinese ad ottobre ha segnato un avanzo con l’estero di ben 27 miliardi di dollari, il livello più alto di tutti i tempi, registrando nei primi dieci mesi un aumento del 59% (vedi il Sole 24 Ore di martedì 13 novembre).
Il colosso cinese sui cui metodi di organizzazione di lavoro relativamente ai diritti (se così si possono chiamare) dei lavoratori ha aumentato le vendite in America, ma anche in Europa, in maniera esponenziale.
Ed è proprio questa imponente ascesa che deve far riflettera il governatore della Bce sul ruolo che ha avuto la moneta cinese negli ultimi anni.
Lo Yuan dal luglio 2005 si è apprezzata di circa l’11% nei confronti del dollaro, ma ha perso valore nei confronti dell’euro, permettendo alla Cina un volume di esportazioni nei confronti dell’Europa del doppio di quello avvenuto in negli Stati Uniti.
Come dire che oggi il vero problema dell’apprezzamento dell’euro va visto più nei confronti dello yuan che nei confronti del dollaro.
Il deficiti commerciale con Pechino sembra infatti accrescersi in relazione a quello americano, e questo ha sollecitato nei membri della Bce (su tutti il presidente Claude Trichet) e dell’Eurogruppo una profonda apprensione.
Proprio il presidente dell’Eurogruppo ha affermato che “la Cina ha una responsabilità crescente nella politica internazionale monetaria”, a conferma che il gigante cinese e la sua moneta risulta molto pericoloso per le sorti dell’economia europea.

GIORDANO RAPACCIONI

9 Dicembre 2007

LE MODIFICHE AL PROTOCOLLO DEL WELFARE

Archiviato in: 3 - Economia & Lavoro — admin @ 15:16

 

Con il Disegno di legge C 3178, il Governo approva (con alcune rilevanti modifiche), il “Protocollo del 23 Luglio su previdenza, lavoro e competitività per favorire l’equità e la crescita sostenibili, nonchè ulteriori norme in materia di lavoro e previdenza sociale”.
Un documento molto importante che disciplina vari istituti (pensioni, ammortizzatori sociali, norme a favore dei giovani, delle donne, norme relative ai contratti di lavoro flessibili).
Riferendoci proprio al mercato del lavoro, le tipologie contrattuali disciplinate inizialmente dal Protocollo di Luglio, e poi innovate dal Disegno di legge 3178, sono: lavoro a tempo determinato, disciplinato dal decreto 368/01, staff leasing (art. 20 e ss Decreto 276/03), contratto d’inserimento (art 54 ss Decreto 276/03), contratto di lavoro a chiamata (art 33 ss Decreto 276/03), contratto di apprendistato (art 47 ss Decreto 276/03), contratto part-time (decreto 61/2000).
Per ragioni di spazio e con profondo interesse per questa materia, si tenterà di illustrare le modifiche più radicali, che segnano un’inversione di tendenza piuttosto netta rispetto alla disciplina vigente.
Non si può non partire dal contratto a tempo determinato, che dopo 36 mesi, comprensivi di proroghe e rinnovi, potrà essere prorogato una sola volta per otto mesi (anzichè 12 come previsto inizialmente dal Protocollo), dinnanzi alla Direzione provinciale del lavoro.
Un provvedimento quindi che limita la reiterazione continua del contratto a tempo determinato, che nelle intenzioni della Commissione Europea ed in quella del Ministero del lavoro, deve essere considerato un’eccezione a quello che è il contratto a tempo indeterminato.
La Direttiva Europea la 99/70, che introduce il contratto di lavoro a tempo determinato, parla di numero limitato di rinnovi, durata massima e ragioni oggettive, solamente per quei contratti successivi al primo, ove la definizione di successivo è lasciata ai singoli legislatori nazionali (i quali però sono limitati dal non trasgredire le finalità della Direttiva stessa, ossia quella di inquadrare il contratto a tempo determinato come eccezione rispetto al contratto a tempo indeterminato….Vedi sentenza della Corte di Giustizia europea, sentenza Adeneler).
In questo senso il disegno di legge, si avvicina di molto alla Direttiva europea, e consente di superare quel tentativo di reiterazione insito nell’art 5 del decreto 368/01 in base alla quale si poteva stipulare il contratto indefinitivamente solamente aspettando un periodo di 10 o 20 giorni, a seconda che il contratto sia di durata inferiore o superiore a 6 mesi.
Altra innovazione è relativa all’abrogazione dei contratti di staff leasing (somministrazione a tempo indeterminato e contratto di lavoro a chiamata).
Queste due abrogazioni faranno molto discutere i giuslavoristi più illustri in materia, essendo due procedimenti di abrogazione totale e non di semplice revisione.
Personalmente chi scrive, è molto scettico sulla abrogazione del lavoro a chiamata, mentre concorda su quella relativa alla somministrazione a tempo indeterminato (che ricordiamo poteva essere stipulata comunque solamente per determinati lavori, quali ad esempio, gestione parchi, musei, call center ecc).
Il contratto di lavoro a chiamata era uno strumento di flessibilità molto utile per quei lavori che adesso rischiano di essere assorbiti dall’area del lavoro nero.
Chiediamoci infatti quale sarà ora l’istituto contrattuale in grado di sostituire il contratto intermittente, specialmente considerando alcuni lavori (cameriere, corriere della pizza…ecc).
Queste tre a mio avviso le modifiche che saranno oggetto di dibattito nei prossimi giorni, che si annunciano molto caldi.

Giordano Rapaccioni

28 Novembre 2007

POLITICHE ATTIVE,PASSIVE E DI ATTIVAZIONE.

Archiviato in: 3 - Economia & Lavoro — admin @ 19:11

 

 Il mercato del lavoro italiano considerato dagli organismi più autoritari (Oecd,Eurostat) ancora troppo rigido, necessità di numerosi interventi, per aumentare sia l’occupabilità (intesa come possibilità del lavoratore di trovare un posto di lavoro) sia l’adattabilità (ossia la garanzia data al lavoratore di transitare da un posto all’altro nel mercato del lavoro).
Il dibattito intorno a questi due temi a livello europeo, nasce nel 1997 con il Trattato di Amsterdam, e continua con la Strategia di Lisbona del 2000, quando la Commissione Europea si pone l’obiettivo di raggiungere entro il 2010 tassi di occupazioni del 70%.
I mezzi per raggiungere gli obiettivi sopra esposti (adattabilità e occupabilità), vengono individuati nelle politiche attive e nelle politiche di attivazione.
Le prime sono considerati tutti gli interventi nel mercato del lavoro finalizzati all’inserimento o il reinserimento nel mercato del lavoro (politiche di orientamento, lavori socialmente utilili, lifelong learning, formazione pemanente ecc), le seconde sono identificabili in tutti quegli interventi di carattere obbligatorio e sanzionatorio attuati sul soggetto che percepisce indennità di disoccupazione, il quale deve  orientarsi alla ricerca attiva di un lavoro secondo modalità concordate con i servizi per l’impiego, pena la perdita dell’indennità di disoccupazione.
Il tutto per evitare gli effetti c.d di trappola della disoccupazione, in base alla quale il soggetto si adagia sul sussidio, senza far nulla per ottenere un “nuovo” lavoro, o rientrare nel mercato del lavoro.
In Italia, forse non tutti sanno(neanche la classe politica), che esistono delle leggi (vedi decreto 181/00 e 297/02), orientate a questi principi, ma che mancano di effettività, in quanto non applicate.
Più in particolare la legge finanziara del 2004 (richiamata dalla circolare del Ministero del lavoro 5/2006), stabilisce che il lavoratore decade dai sussidi di disoccupazione, indennità di mobilità, e trattamento di cassa integrazione guadagni laddove:
a) rifiuti di essere avviato ad un progetto individuale di reinserimento nel mercato del lavoro, b)rifiuti di essere avviato ad un corso di formazione professionale avviato dalla Regione o non lo frequenti regolarmente (il lavoratore è tenuto alla frequenza del corso per un periodo pari all’80%) c) non accetti l’offerta di un lavoro inquadrato in un livello di retribuzione non inferiore al 20% rispetto a quello delle mansioni di provenienza.
Se sembrano positive gli ultimi interventi del Ministero del Lavoro di incrementare l’ammontare e la durata dei sussidi di disoccupazione, altrattano apprezzabile sembra la sensibilità e l’attenzione all’effettività delle leggi sopra richiamate, che consentirebbero all’Italia di allineare la disciplina sulle politiche di attivazione (o workfare) a quella degli Stati Membri.
Del resto nelle classifiche Ocse, siamo ancora uno dei Paesi che spende un’ampia pecentuale di Pil in politiche passive (che comunque sono necessarie e indispensabili, perchè consentono di lenire le conseguenze della disoccupazione, su tutti, quella di un mancato reddito), e con i più bassi tassi di occupazione.
Porre l’enfasi su aspetti come la riorganizzazione dei Centri per l’impiego, le politiche di attivazione, i controlli e le sanzioni sullo status di disoccupati, è doveroso, in una fase in cui il mercato del lavoro sta profondamente cambiando, con un ascesa delle ragioni del mercato, che richiamano l’esigenza di applicare l’insieme delle tutele del lavoro oltre che sul posto di lavoro, anche nel mercato stesso (al fine di incrementare quella tanto auspicata occupabilità ed adattabilità).
Un tema caldo, molto attuale quello del mercato del lavoro,che deve prescindere da ragioni ideologiche e deve trovare soluzioni condivise, la cui lettura necessità di una profonda analisi del contesto storico, economico e sociale in cui viviamo.
Con questo spero di aver suscitato nel lettore reazioni propositive e desiderio di dibattito intorno ad un tema che non può e non deve passare inosservato.

 GIORDANO RAPACCIONI

19 Novembre 2007

I BAMBOCCIONI

Archiviato in: 3 - Economia & Lavoro — admin @ 00:44

 

Perchè in Italia i “bamboccioni” restano a casa fino a 30 anni?Per scelta, per bisogno, per desiderio di sentirsi attaccati alla famiglia d’origine, per pigrizia, per mancanza di coraggio….non sta a noi giudicare!!
La frase del Ministro dell’Economia Padoa Schioppa, che può aver dato fastidio a molti ragazzi, ha provocato negli ultimi giorni molte polemiche e una grande serie di dibattiti intorno a questo termine, ma ci si è concentrati molto sul “termine” in sè e sulle cause, senza esaminare il vero male che afflige i giovani dei nostri tempi: il conflitto generazionale.
Se dobbiamo rimproverare il nostro Ministro dell’Economia, che poteva risparmiarsi quel termine “indecoroso” (strumentalizzato dalla minoranza per fini politici), dobbiamo invece analizzare in maniera più approfondita e dettagliata che cosa sta succendo alla nostra generazione.
La generazione dei 1000 euro (per i più fortunati), la generazione dei precari (non certo a causa della Legge 30), la generazione che non potrà mai farsi una pensione adeguata alle proprie esigenze di vita.
Fa paura l’indifferenza che ruota intorno a questi problemi, ma fa ancora più paura l’egoismo di chi prova ad inventare “false soluzioni”, e di chi continua a mascherarsi dietro la “tutela del lavoratore e delle lavoratrici”, tralasciando il futuro delle generazioni.
E’ molto difficile spiegare oggi ai nostri padri cosa sarà di noi, magari perchè non vogliamo deluderli, o forse perchè non abbiamo il coraggio di dire loro “papà in questo mondo c’è troppo egoismo, mi sento impotente, non ce la faccio”.
Quell’egoismo che tutti i giorni leggiamo sui giornali o sentiamo alla televisione, quell’egoismo sfuggente, impercettibile, che non ci dà la forza di reagire, quell’egoismo alimentato dalla classe politica, molte volte dai sindacati….
Inammissibile andare in pensione ancora a 57 anni (quando l’età media di pensionamento è intorno ai 63 anni) in tutta Europa, inammissibile prendere una laurea, fare un master ed entrare nel mondo del lavoro con 700 euro!
Inaccettabile cari amici sindacati tutelare “solo” chi lavora tralasciando chi sta ai margini (donne,giovani, over 50).
Il diritto del lavoro è stato per lungo tempo ed è tuttora a tutela del lavoratore inteso come contraente debole, ma il mercato del lavoro non è più quello di 50 anni fa, essendo condizionato ora dalle logiche di mercato (giuste o no), che rischiano di tagliare fuori un target abbastanza considerevole di popolazione attiva.
In tutti i paesi europei prevale ormai il concetto di flessicurezza, intesa come possibiltà di passare da un lavoro all’altro, mantenendo alti tassi occupazionali e una buona tutela al livello di reddito.
Colonne portanti di questo sistema sono alti tassi di flessibilità in entrata e in uscita (che per forza di cose è in questi paesi meno rigida), ruolo dei Servizi per l’impiego, insieme di politiche attive che orientano il lavoratore al reinserimento nel mercato del lavoro, ammortizzatori sociali.
Sappiamo benissimo che sono paesi strutturalmente diversi (vedi tasso di sindacalizzazione, tessuto produttivo, alto tasso di popolazione attiva), ma perchè non iniziare un cammino simile al loro, facendo un’azione di imitazione di best practice (benchmarking)?
In quei paesi (su tutti paesi scandinavi) però, cosa che nessuno dice in televisione, vi è anche un altissimo tasso culturale ed un altissimo senso civico, rispetto per il prossimo e solidarietà (ci sono studi economici che attestano evidenze empiriche in questo).
Nel nostro paese, manca proprio quella dose di solidarietà e di senso civico, che caretterizza i paesi scandinavi, per cui oggi sentiamo ricorrentemente dire frasi del tipo “ma a me che cosa me ne importa, io ormai sto dentro al sistema”, e sembra sempre più un miraggio un contratto a tempo indeterminato, proprio perchè è l’unico che ha delle protezioni enormi, soddisfacenti che ti permettono di vivere dignitosamente.
Ci chidiamo, perchè il Protocollo del welfare del 23 Luglio sia stato oggetto di verifica solo di lavoratori e pensionati, quando all’interno vengono disciplinati anche altri istituti che riguardano da vicino la generazione dei 1000 euro (vedi il contratto a termine, gli ammortizzatori sociali).
Chi ha un contratto temporaneo, oggi in Italia è per forza precario perchè gli mancano quello “zoccolo minimo di diritti fondamentali” (protezione contro la sicurezza,diritto all’equo comprenso, protezione contro la salute, diritti di informazione e formazione) che non assicura stabilità.
Le proposte sono state molteplici (vedi lo Statuto dei lavori nel Libro Bianco, la proposta Amato-Treu, la proposta sulla tutela del lavoro economico dipendente), ma non si sono tramutate in progetti concreti.
La flessibilità del lavoro, a questo punto per definizione diventa precarietà, proprio per il fatto che non è accompagnata alla flessibilità di altri istituti (vedi ad esempio l’impossibilità della stipula di un mutuo per chi ha un contratto di lavoro temporaneo). 
Bisogna spostare l’ottica sul sistema delle tutele, che constano di differenze enormi tra chi oggi ha un contratto a tempo indeterminato e chi invece è giovane precario.
Ma perchè di queste cose non se parla e si continua a demolire la Legge Biagi?
Sperando di aver stimolato l’interesse per l’argomento, cari lettori lascio a voi la risposta.

 GIORDANO RAPACCIONI

13 Ottobre 2007

LA POLITICA DEI BASSI SALARI

Archiviato in: 3 - Economia & Lavoro — admin @ 09:01

Molto preoccupanti sembrano essere le considerazioni fatte dal Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi relativamente ai bassi salari erogati in Italia.
Alla condizione di precarietà che afflige numerosi giovani si aggiunge anche “la politica del misero salario”, che non fa che aumentare la disperazione tra i lavoratori.
Dal punto di vista della teoria economica, riferendoci a Keyness (il quale riteneva la disoccupazione il male del secolo), l’incremento del reddito reale (W/P dove P sta per prezzi) del lavoratore, conduce ad un incremento dei consumi, che a loro volta trainano la produzione e di conseguenza l’occupazione.
E’ il famoso moltiplicatore del reddito, che ha caratterizzato lo sviluppo economico degli anni 60′, quando un sistema di protezione sociale del lavoratore, la standardizzazione dei processi produttivi di massa, ed i consumi dei lavoratori avevano favorito lo sviluppo economico.
L’abbandono dei processi produttivi standardizzati, la crisi petrolifera del 1973, la rottura del patto tra Stato sociale-impresa-lavoratori, avevano invece segnato l’inizio di un periodo condizionato da alta disoccupazione ed alta inflazione, che vede come conseguenza il riaffermarsi delle politiche liberiste.
L’apice di tali politiche è il Trattato di Mastricht (1992) che vincola la crescita economica degli Stati a determinati parametri finanziari (debito/pil, deficit, tasso d’inflazione).
Dal punto di vista italiano, le conquiste garantiste degli anni ‘70, con l’introduzione della scala mobile e del punto unico di contingenza (che permettevano una crescita del livello salariale conseguente alla crescita dell’inlfazione), vengono abbandonate già nel 1984, quando con l’accordo di San Valentino, parti sociali, governo ed imprese, condannano l’istiuto della scala mobile, accusata di aver causato la crescente inflazione che caratterizzava quegli anni (si parla di tassi di inflazione a due cifre).
Procedendo in ordine cronologico, il punto di svolta delle politiche salariali e contrattuali si ha con il Protocollo di Luglio del 1993, che modifica radicalmente gli assetti contrattuali.
Viene previsto un rinnovo ogni due anni (doppio biennio economico) del contratto collettivo, che deve recupare il gap tra l’inflazione programmata (indicata nel Dpef) e l’inlfazione effettiva.
Il problema inflazione viene quindi risolto, attraverso questo meccanismo.
L’accordo prevedeva anche la diffusione della contrattazione collettiva decentrata che doveva portare l’incremento del livello salariale dei lavoratori in relazione all’incremento della produttività dell’azienda.
Il protocollo di Luglio del 1993 che ha segnato un punto di svolta delle relazioni industriali prevedeva però anche altri punti, in primis politiche di investimento da parte delle imprese, politiche di controllo dei prezzi e tariffe da parte del Governo.
Dal 1993 si assiste ad una perdita del potere di acquisto soprattutto da parte del lavoratore dipendente (dati Istat).
Dopo questa parentesi storica si possono commentare i dati del Governatore della Banca d’Italia, che dimostrano come l’Italia sia nelle classifiche Ocse, nelle ultime posizioni.
In particolare i salari di ingresso sono oggi inferiori del 30-40 per cento rispetto ai livelli di Francia, Germania, e Regno Unito.
Questa situazione è avvertita in maniera pesante soprattutto da quei giovani che non riescono a vedersi remunerati i loro investimenti in istruzione.
In particolare il gap si riduce nel tempo per i lavoratori anziani, solo per il meccanismo degli scatti di anzianità.
Le soluzioni sembrano essere da un lato in un maggior senso di responsabilità delle imprese (e Montezemolo in questo mente sapendo di mentire), dall’altro di una profonda ristrutturazione degli assetti contrattuali verso una diffusione della contrattazione collettiva decentrata (senza timori da parte della Cgil) che ad oggi è presente nel territorio nazionale in percentuali che si avvicinano al 30%.
Ma il salario reale è come abbiamo visto ottenuto dalla formula (W/P)…..e a chi scrive sembra che i prezzi negli ultimi tempi siano notevolmente aumentati, anche per quei beni cosidetti ad elasticità rigida (pane, acqua, luce,gas).
A dimostrazione che le responsabilità nelle prassi concertative sono sempre diffuse (Governo,sindacati, imprese).

GIORDANO RAPACCIONI

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