LA RIFORMA DEGLI ASSETTI CONTRATTUALI

Il protocollo del Luglio 1993 che ha rappresentato un punto di svolta nelle relazioni industriali, sembra, ad oggi essere rimesso in discussione, dalla nuova piattaforma unitaria presentata dai 3 sindacati confederali “maggiormente rappresentativi”, che propone la durata triennale dei contratti collettivi nazionali, per la parte economica e per la parte normativa.
Si arriva a questa decisione, dopo molti anni di dibattito accademico intorno a questa proposta, che ha come punto principale, la riorganizzazione dell’intero sistema di relazioni industriali, connesso con la semplificazione (aggregazione) dei contratti collettivi nazionali (oggi più di 400)………
Più spazio quindi alla contrattazione decentrata collettiva (territoriale e/o aziendale), maggiore flessibilità del livello del redditto connesso agli incrementi di redditiività e produttività, uno sguardo verso la riduzione dei tempi in attesa dei rinnovi contrattuali (pensate che ad oggi 2 milioni di lavoratori del settore commercio) attendono come “miracolo” il rinnovo contrattuale scaduto nel 2001!!!!!!
Ma c’è di più: il concetto di inflazione “concordata” o “realisticamente prevedibile” tra le parti sociali, come variabile presa in considerazione, che dovrebbe permettere il recupero del potere di acquisto del reddito (in particolare del reddito da lavoro dipendente che dal 1993 ha subito l’erosione più forte, rispetto sia ai redditi d’impresa che ai redditi da lavoro autonomo).
Troppa infatti la distanza tra il concetto di “inflazione progammata” (a cui secondo gli accordi del 1993 si faceva riferimento per i rinnovi del biennio economico) ed “inflazione reale” (di gran lunga sempre superiore).
Troppi, anche i ritardi dei rinnovi contrattuali, con la famosa Indennità di vacanza contrattuale (l’istituto che entra in gioco quando i contratti scaduti tardano a trovare un rinnovo) che ha avuto un applicazione costante e generalizzata.
Si passa quindi, secondo la piattaforma Cgil, Cisl, Uil ad una durata triennale per quanto riguarda sia la parte economica, sia la parte normativa (mentre fino ad oggi la parte normativa aveva durata 4 anni, e per la parte economica veniva previsto un doppio biennio).
Un riassetto che dovrà favorire la tanto osannata contrattazione decentrata (territoriale o aziendale), legandola ad incrementi di produttività, di redditività, di qualità.
Un cambiamento culturale, che porta il sindacato a riflettere sull’esigenza di adeguare la struttura della contratazione collettiva, al cambiamento economico che il nostro Paese sta attraversando.
Del resto il Protocollo del ‘1993, ha avuto grandi meriti (lotta contro l’inflazione, abbattimento del debito pubblico, riduzione del tasso di discoccupazione),in un tempo in cui c’era la reale esigenza di attuare politiche antinflazionistiche e di contenimento.
Ma ad oggi, con i livelli salariali più bassi d’Europa, con un ritardo enorme nel rinnovo dei contratti, quello schema del ‘93 sembra superato e obsoleto, soprattutto perchè non risponde più alle contingenze economiche.
La volontà della Cgil di sottoscrivere l’accordo (anche se la Fiom non è ancora tanto convinta), dimostra l’esigenza di adottare un sistema di relazioni industriali, innovatore ma allo stesso tempo assai flessibile, dove le relazioni partecipative sostituiscono il conflitto.
Un grande sforzo quindi che lascia il contratto collettivo nazionale a tutela del potere d’acquisto, ma che sposta il nucleo della contrattazione nell’azienda (dove realmente si produce ricchezza) o nel territorio.
Non possiamo più aspettare, la concorrenza degli altri Paesi, ci taglia fuori, e la crisi ci spinge in un vortice dal quale non ne usciamo fuori.
Giordano Rapaccioni